Interventi in Seven Blog

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Interventi in Seven Blog

In questa pagina riporto i miei scritti, così come sono pubblicati in Seven Blog. Gli argomenti sono vari e non vincolati a temi specifici.  Collegatevi al Blog per leggere gli interessanti interventi multiculturali degli altri redattori.

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In questi giorni ho ripreso in mano il bellissimo libro di Carlo Rovelli: “L’ordine del tempo” (Adelphi). L’avevo già letto un anno fa, ma mi ero ripromesso di ritornarci sopra. Il saggio è scritto per essere compreso da persone senza una preparazione specifica, ma cercare di comprendere il “tempo” così com’è concepito dagli scienziati del novecento è cosa che ho trovato particolarmente ostica. Nella speranza che i disegni mi potessero aiutare nella comprensione, vi ho accostato la lettura del bel libro divulgativo: “Il tempo a fumetti” (Raffaello Cortina Editore) scritto da Carig Callender e illustrato da Ralph Edney.
Risultati?
Mah, dire scarsi è essere ottimisti.
Parliamone.

Qualche tempo fa, cercando di trovare risposte senza sapere come e in quale direzione muovermi, (a proposito, lo sapete che la freccia del tempo non ha verso?) avevo composto questa breve poesia:

Il nostro tempo

Nella notte, domande che dalla luna
la voce prendono in prestito.

Dal tempo è inattingibile il passato,
i ricordi sono costruite illusioni;
dal tempo è inesigibile il futuro,
il domani è un pensiero fluttuante.

Non esiste Sibilla,
il tempo non ha tempo.

Che cosa pensavano, riguardo il tempo, gli uomini che sono stati le pietre miliari del relativo percorso scientifico e filosofico?

Aristotele affermava che: “Il tempo non esiste, dato che è composto di passato e di futuro, di cui l’uno non esiste più quando l’altro non esiste ancora.” Ma aggiunge: “Il tempo è moto che ammette una misurazione. Potremmo anche chiedere se il tempo potrebbe esistere senza l’anima, dato che non ci può esser nulla da misurare se non c’è nessuno che misura, e il tempo implica che sia misurato.”
Sant’Agostino d’Ippona così rifletteva: “Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente.”
Newton diceva che: “Il tempo assoluto, vero e matematico, in sé e per sua natura senza riferimento ad alcun oggetto esterno, scorre uniformemente. Mentre il tempo relativo, apparente e volgare, è una misura sensibile ed esterna, esatta o inesatta, del tempo assoluto, comunemente usata al posto del tempo vero.” E questa è la convinzione che ci ha accompagnato e che ci accompagna, principalmente perché è questo che ci hanno insegnato, e che ancora ci insegnano, a scuola.
Per Einstein il tempo scorre più lentamente in modo inversamente proporzionale alla massa e alla velocità. Il tempo entra in gioco unendosi, come quarta dimensione, alle tre dello spazio. Per lui i tempi sono relativi l’uno rispetto all’altro e il tempo è diverso per ogni punto dell’universo. I qui e ora sono diventati infiniti.
Per la fisica quantistica il tempo è diviso nei minimi “granuli” misurabili possibili. Si chiamano “Tempo di Planck”. Ognuno di questi granuli vale 10 alla – 44 secondi. Cioè un centomilionesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di secondo. A quel livello finiscono le regole del mondo così come lo conosciamo e il tempo cessa di esistere.
Nell’indeterminismo del mondo quantistico tutto fluttua, tutto è divenire, come nel pensiero taoista la cui entità suprema è energia pura che pervade l’intero universo. Poiché il movimento e il mutamento sono proprietà essenziali delle cose, le forze che generano il movimento, l’evoluzione, il cambiamento, sono una proprietà intrinseca e insita nella materia. Tutto è divenire, cambiamento, secondo un principio ordinatore spontaneo, il Tao, uno, indicibile, immutabile, eterno, impersonale.

E io che cosa ho capito?
Ho capito di non aver capito, e questo è già di per sé un successo.
L’unico, peraltro.
Che cosa posso aggiungere?
Solo un’altra poesia, ripiegata sul tempo che ci è stato concesso, il solo tempo che la nostra mente, plasmata dalla evoluzione per la necessità di sopravvivere e di riprodurci, possa percepire spontaneamente senza bisogno di sovrastrutture culturali. È il tempo che condividiamo con chi ci accompagna in questa vita che dura il tempo di un battito di ciglia.

Il tempo giusto

L’immagino come un raggio di sole,
il mio tempo:
un calore, un abbaglio,
che mi batte sul viso,
improvviso,
e quel che è stato è finito.

Ha il tempo giusto,
il mio tempo, il tuo tempo,
nel corso del quale
io temo soltanto
che, a causa di un differito tramonto,
io debba, il tuo, misurare.

Per capire il tempo, avrò bisogno di leggere e rileggere, e credo che non mi basterà quello che ho ancora a disposizione. Intanto rifletterò, ascoltando le “Variazioni Goldberg” di J. S. Bach nell’esecuzione dal tempo rallentato di Glenn Gould.
Dopo di che, mi calerò nella malinconica “C’è tempo” di Ivano Fossati.

un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

 

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Dopo i tortelloni, ecco il secondo, ”La faraona in casseruola”, che Carlotta, la protagonista femminile del mio romanzo: “È caduto un pilota nel giardino”, cucina la notte di San Giovanni. La preparazione è permeata di pensieri d’amore e di ritualità magiche che attingono alla religione vudù.
Nota: Le ricette sono presentate così come inserite nel romanzo e potrebbero mancare di qualche informazione.
Gli omissis indicano dove non sono state riportate parti del romanzo.
Omissis
«Vorrei una bella faraona. Viva.»


«Una faraona viva? Ma è sufficiente che venga a comprarla quando la deve cucinare e gliela faccio trovare macellata e pulita di fresco.»
«La voglio come animale da cortile» mentì Carlotta «la lascerei libera nel giardino.»
«Boh. Contenta lei. Mi dica quale preferisce.»
Carlotta indicò la prescelta. Angela la catturò, le legò le zampe e la porse a Carlotta raccomandandole di stare attenta al becco.
«Le faraone sono cattive» disse.
«Meglio così» rispose Carlotta. Pagò e sistemò con cautela l’animale nel bagagliaio della sua auto.
Omissis
Si tolse il vestito, le scarpe e la biancheria intima. Indossò l’abito nero guardandosi allo specchio a figura intera che si trovava sul muro a lato dell’armadio. Rimase scalza. Ritornò in cucina dove prelevò, da un cassetto, un coltello di grandi dimensioni, poi, sempre a piedi nudi, andò in garage. Aprì gli sportelli posteriori della Clubman e afferrò la faraona per le zampe. Si diresse alla veranda. Era convinta che avrebbe potuto fare qualcosa per aiutare il destino, per far sì che questo interesse, questa attrazione, diventasse un legame indissolubile. Spostò il tavolo dalla posizione in mezzo alla veranda e lo accostò al muro della casa. Appoggiò la faraona sopra di esso. L’animale si agitò un poco, poi si calmò, quasi rassegnato.
Carlotta era nata il giorno del solstizio d’estate. Forse per questa ragione, si era sempre mostrata sensibile all’aspetto magico della natura. Che l’elicottero fosse caduto nel suo giardino proprio quel giorno, e che il pilota si fosse sentito così attratto da lei, le era sembrato un evidente segno soprannaturale. Anche la data di nascita di lui, il giorno del solstizio d’inverno, la percepiva come collocata in una logica di segni ultraterreni. Quella mattina, l’aveva chiesta al pilota con la sensazione che sarebbe stata una data importante, che avrebbe contribuito a chiarire quel senso d’ineluttabilità che lei sentiva nelle cose che stavano accadendo. E la risposta era stata, per lei, una conferma alle sue sensazioni.
Si lasciò avvolgere da un leggero e piacevole velo di senso magico e si adagiò in quel suo personale Sogno di una notte di mezza estate, dove i confini tra realtà e sogno si confondevano e dissolvevano.

È caduto un pilota nel giardino

Prese quattro grandi candele, di quelle con la cera gialla annegata in un barattolo a base larga che si accendono all’aperto come antizanzare. Diede fuoco agli stoppini e le posizionò ai lati della veranda. Prese il paio di occhiali da sole Ray-Ban, che si trovavano appoggiati sulla balaustra. Erano del pilota che li aveva persi durante l’incidente. Carlotta li aveva ritrovati in giardino, dopo che avevano recuperato il relitto, e li aveva conservati. Li pose per terra al centro del piancito. Con la mano sinistra strinse il collo della faraona nel pugno tenendola ferma sul piano di legno del tavolo e con la destra, che teneva il coltello come una mannaia per l’esecuzione di un condannato a morte, calò un colpo secco per reciderle il collo appena sopra la stretta del suo pugno. Mantenne la presa e, mentre finivano gli spasmi del corpo dell’animale, camminò rapida intorno alla veranda lasciando schizzare il sangue sul perimetro. Poi ritornò al centro dello spazio, si portò sulla verticale degli occhiali e vi lasciò colare il sangue sopra.
Carlotta si sentiva pervadere da una euforica energia. Tutto quello che faceva le veniva naturale: stava chiedendo alle forze vitali, che lei sapeva esistere intorno e dentro di noi, di assisterla e credeva fermamente che sarebbe stata esaudita. Quella specie di rito era il risultato del ricordo degli studi compiuti e delle letture della sera prima e del pomeriggio. Disse, a mezza voce, con tono monocorde, guardando gli occhiali come se fossero gli occhi di Edoardo: «Non vedrai più che me, non vedrai più che i miei occhi, non vedrai più che attraverso i miei occhi.» Poi distolse lo sguardo dal basso e levò il viso al cielo. Rimanendo sempre sulla verticale degli occhiali, sollevò il vestito fino a scoprire le cosce e allargò le gambe. «Berrai solo di me, mangerai solo di me, ti sazierai solo di me.»
Terminò così quel rito misto di religione e paganesimo, di superstizione e spiritualità. Buttò la testa della faraona nel bidone della spazzatura e andò nel garage dove appese il corpo al rubinetto del lavandino per farlo finire di dissanguare. Prese un paio di stracci, riempì un secchio d’acqua e tornò nella veranda che ripulì accuratamente da ogni traccia di sangue. Spense le candele, riposizionò il tavolo al centro e vi appoggiò sopra, anche loro accuratamente ripuliti, gli occhiali.
Omissis
Andò a prendere la faraona nel lavandino del garage dove l’aveva lasciata a scolare il sangue. Tornata in cucina. la immerse per qualche secondo in una grossa pentola piena di acqua bollente per facilitarne la spiumatura, operazione che la impegnò per una ventina di minuti.
Impugnò un coltello dalla lama sottile e ben affilata e incise la parte bassa della pancia per eviscerarne accuratamente l’interno. In seguito, eliminò il collo, le zampe, la coda e il grasso intorno a essa. Tagliò le ali, le cosce e le sovraccosce. Divise in due il petto e il busto. Ora i pezzi della faraona erano davanti a lei. Prese, da sotto il banco della cucina, una grande casseruola in acciaio. Preparò un trito di aglio, rosmarino e salvia e lo mise a rosolare in una generosa dose di olio d’oliva extravergine del Golfo del Tigullio. Passò, per essere sicura che si eliminassero tutti i residui del piumaggio, i pezzi della faraona sulla fiamma.
Riaprì il capace frigorifero, ne estrasse un bel pezzo di morbida, dolce, deliziosa pancetta dell’Oltrepò. La dispose con cura sul carrello dell’affettatrice a mano, solidamente ancorata al mobile basso della cucina, impugnò il manico del volano e lo girò con decisione producendo il movimento alternato del carrello. Smise quando ebbe tagliato una fetta per ogni pezzo di carne della faraona, più uno.
Depose i pezzi di carne, avvolti con cura nella pancetta, dentro la casseruola dove già rosolavano le erbe.
Aggiunse anche la fetta in esubero e una salsiccia, di quelle speziate, ben sbriciolata.
Prese un limone di Sorrento che un fruttivendolo di Casteggio aveva il vezzo di procurare per lei e pochi altri clienti. Tagliò qualche pezzetto di scorza senza parte bianca e le mise nel tegame, poi strizzò il sugo di metà frutto sul preparato. Girò una volta i pezzi della faraona, facendo attenzione a mantenervi la pancetta intorno e, quando tutto fu ben rosolato, coprì a metà con del vino bianco Riesling Italico, tipico della zona.
Dopo circa tre quarti d’ora, il liquido si era asciugato e la faraona risultò cotta perfettamente. Carlotta spense il fuoco e lasciò la casseruola, coperta, sul fornello.
Omissis
Carlotta accese una fiamma grande sotto la faraona. Doveva ridarle un po’ di temperatura. Dopo una breve scaldata, spense e portò in tavola in tavola direttamente la casseruola.
Edoardo aveva riempito a metà due larghi calici.
«Buttafuoco con la faraona» disse. «Mi sembrava lì apposta.»
«Proprio così. Ti sei accorto che l’ho leggermente rinfrescato? Spero che non ti dispiaccia, anche se è sconsigliato dagli esperti.»
«Hai fatto bene. È appena più fresco della temperatura consigliata.»
«Dimmi perché hai scelto il Buttafuoco.»
«Mi ha fatto venire in mente che ha qualcosa del tuo sentore.»
«Del mio sentore?» Carlotta prese la bottiglia e accese la luce che Edoardo aveva spento.
Girò la bottiglia e lesse l’etichetta: «Alla vista di colore rosso rubino vivace con riflessi violacei.»
Lo guardò. «Direi che alla vista dovrebbe essere più un rosé.»
«Ho detto come sentore, non come aspetto» ribadì con tono serio Edoardo.
«All’olfatto» proseguì Carlotta, «buona intensità, penetrante, con una leggera nota di liquirizia, confettura di ribes con sfumature speziate. Allora?»
«Buona intensità, penetrante, sfumature speziate e una nota di liquirizia. Ti confermo. Non mi ricordo quale sia il profumo del ribes e su quello non mi pronuncio. Se hai del succo poi potrei verificare se è presente.»
Carlotta proseguì a leggere. «Al gusto: corposo, netto, rotondo e robusto.»
Lo guardò con quella espressione che solo le donne riescono a fare. Quel misto di innocenza e di malizia che fa perdere il sonno agli uomini. «Qui posso affermare che a me ricorda te.»
Presero i calici. Lui odorò e disse: «Mmm… è proprio così: sentore di liquirizia.»
Lei ne bevve un sorso e continuò: «Mmm… è proprio così: corposo e robusto.» Risero entrambi e si servirono ancora sia di pezzi di faraona sia di bicchieri di vino.
Omissis
Ritornarono, si potrebbe dire di comune accordo, al cibo sulla tavola. Passarono all’uso delle mani. Il buon sapore della carne in casseruola, mangiato così, rendeva tutto il suo potenziale. Edoardo non si trattenne e usò un pezzo di pane con la mollica morbida per raccogliere il buonissimo paciugo nel fondo della casseruola.
«Porta via, per carità. Sarei capace di asciugarla» disse succhiandosi le dita per togliere i residui di sugo.
Omissis
Le solite domande che si fanno all’inizio di una conoscenza che si percepisce importante. Con la diminuzione della faraona in casseruola e del Buttafuoco nella bottiglia, aumentò in proporzione inversa la conoscenza che ognuno aveva dell’altro. O meglio, la conoscenza di tutti quegli avvenimenti e situazioni che disegnano una persona nel suo sembrare agli altri. Non parlarono dei loro aspetti più intimi, più protetti. Quelli avevano appena iniziato a esplorarli con le loro intese fisiche.

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Quando, a metà degli anni novanta, lessi il saggio: “Il cibo e l’amore”, scritto dal famoso psichiatra Villy Pasini, capii finalmente il perché della mia simpatia per quella metà del cielo curiosa della cucina e che amava girare per trattorie. Il cibo e il sesso sono interconnessi e come ci si rapporta con l’uno è rivelatore di come si reagisce all’altro, e viceversa.
Nel mio romanzo “È caduto un pilota nel giardino”, ho inserito una serie di situazioni, descrivendone sia una aspetto, sia l’altro, dove Eros e Cibo entrano a tinte forti nei rapporti tra i protagonisti. Per non appesantire lo scritto, possono mancare di qualche informazione, necessitando, quindi, per essere realizzate da parte dei lettori, di un minimo di competenza. Gli omissis indicano dove non sono riportate parti del romanzo.
Carlotta, la protagonista femminile, la notte di San Giovanni, prepara una cena, permeata di pensieri d’amore e di ritualità, per colui che ritiene dovrà diventare l’uomo della sua vita,.
La preparazione dei Tortelloni alla bolognese rispetta la ricetta tradizionale e conserva tutta la sensualità delle terre emiliane.
Ecco come li prepara Carlotta.

Omissis

È caduto un pilota nel giardino

Carlotta sentiva crescere dentro di sé l’emozione per l’incontro. Decise che era ora di dedicarsi alla preparazione della cena. Dopo alcuni prodotti reperiti nei negozi vicini, per la ricotta di latte vaccino, il mascarpone e il burro, si recò direttamente in un piccolo caseificio poco distante. La loro qualità beneficiava della bontà del latte conferito dai piccoli allevatori che utilizzavano il fieno dei prati della zona per l’alimentazione delle proprie mucche. La ricotta di latte di pecora la comprò in un altro caseificio, collegato a un piccolo allevamento di ovini, distante una ventina di chilometri in direzione della Liguria.
Le due ricotte sarebbero servite per il ripieno dei tortelloni e il burro per condirli, mentre il mascarpone sarebbe entrato nella preparazione del dessert. Valeva la pena di impiegare il tempo necessario per andare da quei produttori: il risultato avrebbe ripagato ampiamente dell’impegno.
Omissis
Questi sono a posto, ora prepariamo il ripieno dei tortelloni.
Voleva che il ripieno seguisse la storica ricetta bolognese che richiedeva un poco d’aglio. Non tutti lo gradivano, ma lei amava quell’aroma ed era sicura che sarebbe piaciuto anche a Edoardo. Aprì le due confezioni di ricotta e ne prelevò un etto da ognuna. Tritò finemente un pugnetto di prezzemolo e mezzo spicchio dell’odoroso bulbo. Impastò tutto in una piccola terrina insieme a trenta grammi di parmigiano-reggiano grattugiato, un piccolo tuorlo sbattuto e un pizzico di sale.
Mentre impastava il ripieno, il ricordo di loro nella doccia le aveva acuito il desiderio, già stuzzicato dal liquido della mostarda che aveva assaggiato prima. Carlotta raccolse un poco del suo umore intimo, generato dal ricordo dell’amore con Edoardo, e lo impastò nel ripieno dei tortelloni. Ripensò a quello che era successo nella veranda.
Questo viene dal mio amore, lo troverai nel tuo cibo e lo vorrai per sempre come tuo cibo.
Mise l’impasto in frigorifero all’interno di un piatto fondo coperto con uno piano.
Prese due etti di farina di grano tenero tipo “0”, li dispose a monticello sul tagliere di legno appoggiato sul massiccio tavolo che aveva voluto nella cucina per lavorare sopra una base stabile.
Formò una conca al centro della farina e vi ruppe due uova all’interno ponendo molta attenzione che non vi cadesse dentro neanche un pezzetto dei gusci. Con una forchetta le sbatté delicatamente, poi cominciò a impastare con cura, amalgamando la farina con le dita e allargando, via via, il cratere centrale. Carlotta non usava l’impastatrice, le piaceva usare le mani. Riconosceva la consistenza dell’impasto e sapeva quando la proporzione tra la parte liquida e la farina era corretta. Non aggiungeva, alla moda emiliana, sale.
Quando il bordo della fontana si ridusse al limite della possibilità di contenere la parte liquida interna, con il lato del palmo della mano raccolse dai lati esterni la farina andando a ricoprire il tutto. Lavorò la massa, lontana dalle correnti d’aria perché non si seccasse, ancora per circa cinque minuti. Alla fine le diede la forma di un panetto che lasciò a riposare in una terrina coperta.
Omissis
La fisicità necessaria ai lavori di cucina era un elemento importante in quell’equilibrio che Carlotta aveva trovato nei giorni sempre uguali successivi al suo esaurito matrimonio e dopo gli altri, forzatamente interrotti, tentativi di rapporti affettivi. Le piaceva lavorare in cucina ed era gratificata dai risultati che otteneva con le sue azioni. Il cibo nato dalle sue fatiche, connesso ai prodotti della terra e ai cicli stagionali, la teneva unita al senso profondo dell’esistenza. Il nutrimento del corpo come cura del contenitore dell’anima: così percepiva il suo lavoro.
Alle otto e mezza decise che poteva confezionare i tortelloni. Non doveva passare troppo tempo dalla fine della preparazione alla loro cottura.
Infarinò il tagliere e vi posizionò sopra il panetto di impasto che aveva lasciato a riposare. Sfilò il mattarello dalla custodia. Lo impugnò con le due mani abbastanza vicine tra loro. Tenne gli avambracci divaricati, con i gomiti distanti dal corpo, così la pressione sul mattarello veniva data dalla parte di palmo in corrispondenza dei pollici. Carlotta accompagnava la forza delle mani con movimenti alternati dei fianchi, premeva ma non tratteneva il mattarello.
Non succederà un’altra volta. Non lo permetterò.
Sincronizzò idealmente l’alternanza delle pressioni sul sottile cilindro di legno con il forte ricordo dei ritmici movimenti che Edoardo le aveva lasciato dentro quando avevano fatto all’amore.
Con forza e sapienza allargò l’impasto verso l’esterno ruotandolo di un quarto di giro ogni venti secondi. Quando lo spessore della sfoglia divenne sottile a sufficienza, la tagliò in riquadri di circa otto centimetri di lato. Prese il ripieno conservato in frigorifero e ne sistemò una quantità pari a una piccola noce al centro di ogni quadrato. Ne preparò due dozzine che chiuse rapidamente per evitare che la pasta si seccasse. Prima li ripiegò a triangolo pressando sui bordi, poi girò i lembi intorno al dito indice sovrapponendo le due estremità su cui fece pressione perché si attaccassero per bene. Ne risultò la classica forma a tortello. Li lasciò in frigorifero su di un vassoio spolverato di semola di grano duro, per evitare che si appiccicassero alla base.
Omissis
Recuperò la bottiglia della passata preparata l’agosto dell’anno prima: pomodori di varietà diverse, sale, qualche foglia di basilico e nient’altro. Ne versò una buona quantità in un pentolino che mise sul fuoco a fiamma bassa. Prese dal frigo il panetto di burro comprato nel caseificio la mattina, che lasciò sul piano di lavoro. Una pentola quasi piena d’acqua messa a scaldare completò questo inizio di preparazione.
Omissis
«Vado a prendere il primo.» Carlotta gli diede un altro leggero bacio e si alzò facendo scorrere una carezza sul suo viso. Aveva ben chiaro l’effetto che aveva provocato e ne era felice.
Edoardo sentì distintamente aumentare le pulsazioni. La guardò allontanarsi. Si versò un altro flûte di spumante.
Lei tolse i tortelloni dal frigo e li buttò nell’acqua bollente salata. Spense il fuoco sotto il pentolino della passata di pomodoro e vi inglobò una generosa parte del panetto di burro. Dopo qualche minuto i tortelloni vennero a galla; li raccolse con la ramina e li depose in una zuppiera unitamente al sugo. Prese un piatto, vi aggiustò un pezzo di parmigiano-reggiano stagionato e una grattugia. Portò tutto con sé in veranda.
«Eccomi» disse Carlotta soddisfatta. Prese un cucchiaione da servizio e mise una dozzina di tortelloni nel piatto di Edoardo. «Tortelloni di ricotta conditi burro e oro, burro e pomodoro, come Bologna docet. Il parmigiano è a parte, puoi grattugiartene la quantità che desideri, ma è consigliato da niente a poco. Come vino continuiamo con il tuo brut; secondo me è perfetto.»
Edoardo aveva lavorato tutto il giorno ed era rimasto al solo panino di del pranzo. Si lanciò sui tortelloni con lo stesso impegno che metteva nel volare con l’elicottero sui vigneti. E con lo stesso impegno finì tutto. «Buonissimi. Sbaglio o c’è una nota di aglio? Ci sta a meraviglia.»
«Speravo che ti piacesse» disse Carlotta.
«Scherzi? Lo amo… e pure le donne che ne odorano.» Così dicendo, Edoardo si sporse verso Carlotta. Fece la mossa di annusarla e poi la baciò. Le passò la lingua sopra le labbra, come a ripulirle. Mise un dito nella zuppiera, raccolse un po’ di sugo e glielo portò alla bocca. Lei la socchiuse per permettergli di entrarvi un poco così da poterlo succhiare. Le diede un lungo bacio, rigirando la lingua, in quel saporito pastrocchio, insieme alla sua.
«Hai un sapore buonissimo» disse.
«Anche tu» disse Carlotta «e io lo posso ben dire.»
L’allusione, diretta e maliziosa al ricordo di loro due sotto la doccia, ebbe un effetto dirompente su Edoardo. Si alzò, trovò l’interruttore, spense la luce lasciando che la veranda rimanesse illuminata solo dalle tremule fiammelle delle quattro candele ai suoi vertici e dalla residua luminosità del cielo. Ritornò da Carlotta e disse: «Questa è una condizione di disparità che deve essere subito appianata.» Le ruotò la poltroncina di lato, in modo che non fosse più diretta alla tavola, s’inginocchiò di fronte e con le mani entrò sotto la gonna risalendo dai polpacci alle cosce e ancora più su. Sentì che Carlotta allargava le gambe per agevolarlo nella sua azione. Si accorse che non indossava le mutandine. Arrivò con le mani fino al retro del bacino, la tirò verso di sé facendole prendere una posizione semisdraiata sulla poltroncina. Raccolse la gonna alla vita fino a scoprirle il sesso, che si aprì rosa e umido nello scuro del pelo rigoglioso. Edoardo vi affondò la bocca e ne gustò, adeguandosi ai movimenti che lei imprimeva al bacino.
Sentì le sue mani sulla nuca e udì le sue parole: «Caro… caro. Bevi da me… avrai sete solo di me.»
Poi le stesse mani lo fermarono.
«Va bene, adesso che conosci il mio sapore, possiamo mangiare il secondo. Cosa ne dici?»
Edoardo la guardò e sorrise. «È un piacere guardarti da questa prospettiva» disse.
«Dopo potrai guardarmi da tutte le prospettive che vorrai» rispose Carlotta dandogli un colpetto sul naso con il dito indice.

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Si legge troppo poco. Quante volte abbiamo sentito questa frase? E tutti, più o meno, ci siamo sentiti in accordo con i suoi sottintesi: la violenza, le ingiustizie, le disparità sociali, tutti i mali di questo mondo sembrano derivare da questa deficienza e il mondo sarebbe un luogo migliore se abitato solo da avidi e curiosi lettori.
Posso proporre una considerazione “a latere”?

I dati ci dicono che circa il 40% degli italiani sopra i 6 anni legge almeno un libro all’anno (e di questi solo il 14% ne legge almeno uno al mese). Quindi il 60% (Sigh!) non ne legge nessuno.
Abbiamo visto che la statistica prende in esame i lettori dai sei anni. Supponiamo di iniziare a leggere con assiduità dai 14 anni fino al termine della nostra vita (che, per comodità di calcolo, considero di 80 anni). Sono 66 anni. Al ritmo di un libro al mese se ne leggerebbero 792, solo settecentonovantadue. Esageriamo e prendiamo in esame di leggerne uno alla settimana. Al compimento dell’ottantesimo genetliaco ne avremo letti poco più di 3400. Non male, ma a tutt’oggi, nel mondo, sono stati editi più di 130 milioni di libri e ogni anno se ne aggiungono altri 2,2 milioni. Solo in Italia si pubblicano più di 60.000 (sessantamila) titoli all’anno.
S’impone di scegliere.

Non voglio parlare della situazione economica dell’editoria italiana (malandatissima) e neanche delle cause dalle quali deriverebbe questa nostra poca propensione alla lettura: che siano esse sociali, scolastiche, familiari, dovute alla tv, all’avvento di internet, all’uso smodato degli smartphon o altro, sono ampiamente studiate da stuoli di esperti.
E non voglio parlare dei cambiamenti che sembra stiano avvenendo nel cervello dei giovani di oggi “sempre connessi”.
La lettura in profondità e ragionata sta diventando un’abilità poco diffusa tra i giovani. La lettura dei grandi classici, con periodi lunghi e con molte subordinate, è diventato un esercizio faticoso. La letteratura moderna insegue internet e le frasi sono corte, essenziali, perdendo così ricchezza nella scrittura. È un bene o un male? Non lo so, l’evoluzione ha le sue regole che rispondono solo all’imperativo dell’adattabilità.
Le nuove generazioni hanno modificato l’approccio alla lettura. Google con gli hyperlink le abituano a scorrere le pagine ostacolandone l’analisi, il soffermarsi su qualcosa. Alcuni neuroscienziati hanno ipotizzato che il cervello dei giovani “sempre connessi” filtri le informazioni cercando sempre qualcosa di nuovo. Il cervello dei nuovi lettori avrebbe dei circuiti adatti alla lettura degli ipertesti, che hanno link a spiegazioni e informazioni integrative da consumare in velocità.
Il cervello si starebbe adattando al mondo nuovo.

Io, qui, vorrei ragionare sulla convinzione che leggere molto sarebbe un metodo per evolversi in meglio: leggo, quindi sono uno che capisce; leggo, quindi sono uno che può giudicare; leggo, quindi posso ritenermi superiore…

La sterminata quantità di libri a disposizione (fisici o elettronici) ci obbliga a scegliere. Ci obbliga a essere già, quando selezioniamo le letture, quella persona saggia ed equilibrata che dovremmo diventare grazie alle positive trasformazioni dovute a quelle ricche e feconde letture. Il solito serpente che si mangia la coda.

Ma chi ha il diritto (o il dovere) di decidere quali dovrebbero essere i libri la cui lettura dovrebbe plasmare quella meraviglia di persona?

Io ho dei dubbi sugli studi statistici o sulle considerazioni sociologiche che parlano più di quantità che di qualità.
Mi ricordo che la mia curiosità di lettore si sviluppò a partire dai dieci anni con Salgari, London, Verne, Lindgren e simili e che intorno ai sedici anni prese il largo la passione per la fantascienza e per la lettura “impegnata”. Leggevo anche la notte e non mi veniva sonno (come invece mi succede oggi). Molti titoli mi furono suggeriti dall’elenco dei testi messi all’indice che era appeso nei locali dell’oratorio. Un bell’esempio di come gli educatori (erano preposti a scegliere le letture) possano ottenere risultati opposti alle loro intenzioni.

Insisto: vi sembra così difficile che da quell’oceano di titoli uno riesca a estrarne da 792 a 3400 difficili, pericolosi, schifosi, falsi e bugiardi, che “nessuno” dovrebbe leggere se non dotato di una solida cultura puntellata da una equilibrata personalità? Vi sembra così difficile pescare, in quella distesa, da 792 a 3400 libri che esaltino dottrine razziste, pedofile, sadiche, antiscientifiche, superstiziose, seminatrici di odio e di sentimenti guerrafondai?
Se uno leggesse quei libri, diventerebbe una persona migliore? Contribuirebbe a costruire un mondo migliore solo perché “legge tanto”?
Come potrebbe comprendere tali libri senza essere già una persona in grado di poterli valutare e soppesare in modo da non subirne dei danni?
Dovrebbe già essere quello che diventerebbe come conseguenza delle letture.

Alcune cose sono assodate: leggere ci rende più intelligenti; un vocabolario ricco influenza la capacità di ragionare; leggere allontana l’invecchiamento; leggere aiuta a rilassarsi e funziona come anti-stress; leggere aumenta la nostra capacità empatica perché le storie, grazie alle descrizioni delle emozioni, aiutano i lettori a capire quello che gli altri provano e pensano; leggere regolarmente potenzia la memoria; leggere, infine, aiuta ad addormentarsi quietamente, e tutti sappiamo quanto sia importante il sonno per la nostra salute.

Ma siamo sicuri che anche la crescita etica e morale avvenga in concomitanza con tutti questi aspetti positivi? Esempi di persone colte, eppure insensibili, egoiste, sanguinarie e catastrofiche per il mondo ce ne sono state moltissime. E avevano letto in gran quantità di tutto e di più.

Non è un caso che le dittature abbiano sempre messo in atto un controllo assoluto sull’editoria, a iniziare da quella per la scuola. Leggere influisce su quello che diventiamo e sul nostro modo di percepire il mondo.

La domanda è questa: come fare a selezionare le letture ideali facendo conciliare la libertà di parola con il controllo delle falsità, la libertà religiosa con il controllo delle superstizioni che se ne approfittano dei semplici, la libertà della scienza con la diffusione delle teorie artefatte, la libertà di costruire e sviluppare quello che potenzialmente è dentro di noi, con i diritti di tutti i nostri compagni che popolano, animali o vegetali, questo mondo?
Chi potrebbe arrogarsi questo diritto? Quale equilibrio è possibile tra censura e libertà?

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