Interventi in Seven Blog

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Interventi in Seven Blog

In questa pagina riporto i miei scritti, così come sono pubblicati in Seven Blog. Gli argomenti sono vari e non vincolati a temi specifici.  Collegatevi al Blog per leggere gli interessanti interventi multiculturali degli altri redattori.

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Progetto grafico e illustrazioni dell’autore
Copertina dell’autore

©Tutti i diritti sono riservati.
Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta senza autorizzazione,
fatta eccezione per brevi estratti a scopo di recensione

Giacomino, il topino che voleva le ali
ISBN: 978-88-31639-13-2
®Youcanprint Self Publishing

«Ora mi puoi portare alla grande cascata dove i pesci saltano fuori dall’acqua?»
Tornarono in volo, questa volta per più tempo, fino a raggiungere il monte dal quale scendeva una alta e fragorosa cascata. Alla sua base, tra la spuma e gli spruzzi, saltavano tanti bei pesci rossi con la bocca aperta. I pesci, tutti lo sanno, respirano nell’acqua con le branchie, ma questi pareva che stessero cercando d’imparare a farlo anche nell’aria.
«Riesci a volare davanti alle loro bocche? Io aprirò la borsa giusto il tempo per catturare il loro respiro senza far uscire il suono del vento tra i castagni.»
«Ci proverò.»
E così fecero. Un paio di volte, per essere sicuri di averne raccolto abbastanza.
«Grazie Caligola, senza la tua bravura nel volo, non ci sarei mai riuscito.»
“Mi ringrazia. E dice che sono bravo. Questo topino mi è proprio simpatico. Peccato che il mio padrone lo voglia…”

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Giacomino, il topino che voleva le ali
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Intanto era calata la notte e si era alzata nel cielo una bella Luna piena che faceva brillare le acque dello stagno e tutte le piante che lo circondavano.
Da lì a poco cominciarono ad arrivare i folletti. Erano come dei piccoli umani: alcuni con le ali da libellula, altri da farfalla e altri ne erano privi. Tutti avevano le orecchie a punta e i nasini allungati.
«Buonasera» li salutò il topino. «Io sono Giacomino e lui è il mio amico Caligola.»
“Amico” pensò il corvo, “ha detto che sono suo amico.”
«Buonasera» risposero in coro i nuovi arrivati: «Noi siamo i folletti dello Stagno dei Sospiri.»
Uno di loro, che sulla testa portava una piccola corona, si fece avanti: «Coraggiosi amici, sono Elco, il Re dei Folletti. Avete salvato mia figlia, la principessa Stellina, e non c’è ricompensa che possa ripagarvi.»
«Voi sapete intrecciare i raggi di Luna per ottenere delle borse?» chiese Giacomino.
«Lo sappiamo fare. A cosa ti serve quella borsa?»
«A catturare il suono del vento quando passa tra le foglie del castagno, il respiro del pesce quando salta la cascata e i colori dell’arcobaleno quando svaniscono all’orizzonte.»
«Ti daremo la borsa fatta con raggi di Luna, ma quando conterrà tutte quelle cose che sono fatte della stessa materia dei sogni, essa diverrà magica. Devi fare attenzione a non farla cadere in mani sbagliate perché non tutti i desideri degli uomini sono buoni e giusti.»
Il folletto si fece da parte per far passare la figlia Stellina che consegnò a Giacomino una piccola borsa argentata, dalla consistenza impalpabile, che brillava della stessa luce lunare.

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Giacomino, il topino che voleva le ali
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Mentre stavano atterrando in vicinanza dello Stagno dei Sospiri, sentirono un’invocazione di aiuto. Una piccolina, una bambina alta più o meno come il corvo, aveva un piede incastrato sotto un arbusto e le due coppie di ali che le spuntavano dalle spalle, battevano frenetiche senza riuscire a sollevarla. Vicino a lei si ergeva minaccioso un serpente.
«Aiuto, aiuto» chiedeva con una vocina delicata.
«Attaccalo!» Ordinò, Giacomino a Caligola. «Non possiamo permettere che le faccia del male.»
Il corvo non era molto dell’idea, ma il suo padrone, il mago Agor, gli aveva ordinato di aiutare il topino e così si lanciò sul serpente. Dopo qualche altra picchiata riuscirono a farlo battere in ritirata.
Giacomino saltò a terra. In pochi secondi, con i dentini da roditore, rosicchiò l’arbusto fino a reciderlo, liberando la graziosa bambina alata.
«Grazie, mi hai salvato la vita. Io sono Stellina e il re dei folletti è mio padre. Ti ricompenserà.»
«Il merito è del corvo Caligola, è stato il suo becco a indurre il serpente a scappare.»
Il corvo gonfiò il petto d’orgoglio e fu sorpreso delle parole di Giacomino: il mago suo padrone non lo ringraziava mai dei servigi che gli recava.

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Giacomino, il topino che voleva le ali
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Giacomino per un po’ rimase a compiangersi per le richieste fatte dal mago, poi, un poco alla volta, dentro di sé crebbe la determinazione a provarci.
«Caligola, cosa suggerisci?» Chiese al suo nuovo compagno.
«Andremo al bosco dei castagni, poi alla grande cascata e infine alla base dell’arcobaleno.»
«E la borsa fatta di raggi di Luna?»
«Hai ragione, per prima cosa ci serve quella.»
«Dove possiamo ottenerne una?»
«So che i folletti escono dai loro nascondigli quando la Luna illumina lo Stagno dei Sospiri. Chiederemo a loro.»
«Andiamo subito, non perdiamo tempo» disse il topino.
«Sali sulla mia schiena, sono abbastanza robusto per poterti trasportare.»
«Che bello, volerò come un uccello!»
«Non ti allargare» lo riprese il corvo. «Io sono l’uccello, tu un passeggero.»
«Sì sì, intendevo dire che farò finta di esserlo.»
Detto questo, con le zampine si aggrappò alle penne del corvo e gli salì sulla schiena.
«Tieniti forte, decolliamo.»
Durante il lungo, bellissimo volo, Giacomino si ripromise, una volta di più, che avrebbe fatto di tutto pur di ottenere le ali.

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Giacomino, il topino che voleva le ali
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«Sei il mago Agor?»
«E chi dovrei essere? Mi hai cercato tu. Ora sbrigati, perché non ho tempo da perdere.»
Dagli occhi del mago erompevano lampi rosso fuoco. Dagli anfratti e tra le piante della foresta gli animali osservavano impauriti. Giacomino si fece coraggio, uscì dal suo giaciglio improvvisato e chiese: “Grande mago, è vero che puoi realizzare ogni desiderio?»
«Poche chiacchiere, se sei arrivato fino a qui è perché vuoi qualcosa. Parla.»
Giacomino gli raccontò del volo e del suo desiderio di avere le ali. Il mago lo ascoltò in silenzio, accigliandosi sempre di più man mano che le parole del topino diventavano più accorate. Alla fine lo interruppe: «Basta! Ho capito. Quello che mi chiedi è possibile, ma in cambio tu dovrai fare qualcosa per me.»
«Qualsiasi cosa!» disse Giacomino, con le vibrisse tremolanti.»
«Ascoltami bene: cerca il suono del vento quando passa tra le foglie del castagno, trova il respiro del pesce quando salta la cascata, cattura i colori dell’arcobaleno, quando svaniscono all’orizzonte, e infine portami tutto in una borsa fatta di raggi di Luna.»
«Ma è impossibile!» Commentò scoraggiato Giacomino.
«Non è affar mio, sei tu che vuoi le ali. Ti aiuterà il mio servo: il corvo Caligola. Ora va’ e non tornare senza quello che ti ho chiesto.»
Il mago scomparve lasciando una leggera nebbiolina che a poco a poco si stemperò nel cielo.

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Giacomino partì di gran carriera. Non ascoltò gli amici che gli dicevano di non andare e non pensò alle raccomandazioni dei genitori. Corse lungo il Sentiero dei sogni, attraversò il Torrente dei desideri, si arrampicò su per la Gola della risolutezza e quando finalmente vide un grandissimo albero, carico di tanti frutti colorati, tutti diversi e tutti ugualmente invitanti, si fermò esausto e si mise a chiamare ad alta voce: «Mago Agor! Mago Agor!»
Appena esaurito l’eco delle sue parole, Giacomino si accorse dei tanti paurosi rumori che provenivano dal buio della foresta: fruscii, scricchiolii, versi di animali sconosciuti. Tutto intorno a lui era spaventoso.
Chiamò ancora una volta, con la vocina tremolante: «Ma-go A-gor.» Poi si rifugiò sotto una grossa foglia per non vedere quello che accadeva intorno. Era così stanco che si addormentò subito. E sognò, come tutte le notti, di voli e di cieli sconfinati.
Si risvegliò alla mattina, quando un raggio di sole, che si era fatto strada tra il fitto del fogliame, gli scaldò il musino.
“Il mago! Mamma! Papà!” pensò, spaventato, in quest’ordine. Poi si ricordò di essere nella foresta. Guardò da sotto la foglia e vide un vecchio signore appoggiato ad un bastone. Era vestito di una lunga tunica nera sulla quale spiccavano i lunghi capelli bianchi e una fluente barba, bianca anch’essa.
«Finalmente» disse il vecchio. «Mi chiami e poi te ne stai a dormire? Come osi?»

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Giacomino, il topino che voleva le ali
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Un anziano scoiattolo, che aveva ascoltato per l’ennesima volta le fantasie di Giacomino sul volo e su come avrebbe evoluito benissimo se solo avesse avuto un paio d’ali, neanche tanto grandi, un paio d’ali che fossero appena appena passabili – il topino apriva le zampine anteriori per dare un’idea di quanto avrebbero dovuto essere grandi – gli disse, arrotolando la lunga coda fulva sopra la schiena: «Io conosco un mago che può aiutarti».
«Davvero conosci chi potrebbe farmi volare?»
«Non di persona, ma so che vive nella foresta e si dice che possa esaudire qualsiasi desiderio.»
«Dimmi come trovarlo» chiese agitatissimo il topino.
«Devi percorrere il Sentiero dei sogni fino al Torrente dei desideri, poi dovrai risalire la Gola della risolutezza e quando troverai l’albero dai mille frutti, siediti, chiama: “Mago Agor!” e aspetta. Sarà lui a venire da te.

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Giacomino, il topino che voleva le ali
ISBN: 978-88-31639-13-2
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C’era una volta, tanto tempo fa, un topino che viveva in campagna insieme alla mamma, al papà e a molti amici con i quali si ritrovava tutti i giorni per giocare e chiacchierare di tante cose.
Giacomino, questo era il suo nome, desiderava soprattutto una cosa: poter volare. Dal piccione Oreste si era fatto spiegare come disegnare nel cielo tutte quelle bellissime e ardite evoluzioni. Ma lui non aveva le ali – nessun topino in nessun posto al mondo le aveva – e senza di esse non poteva volare.
Un giorno, mamma e papà andarono a trattare l’acquisto di una partita di formaggini. Prima di partire gli raccomandarono di non allontanarsi dalla fattoria e, soprattutto, di non addentrarsi nella foresta.
«Giocherò nell’aia con i miei amici» promise Giacomino.
«Ancora questa storia del volo?» gli chiesero i compagni «Fattene una ragione, sei un topino e non hai le ali.»
Le galline, in aggiunta, gli fecero vedere che non solo servivano delle ali, ma anche che fossero ben sviluppate e adatte allo scopo, che le loro, ad esempio, non servivano a granché.

***

 

Trovare il senso

L’universo consta di 100 miliardi di galassie, in ognuna delle quali si possono osservare 100 miliardi di stelle. Ebbe inizio, secondo la teoria più accettata, 13,8 miliardi di anni fa, la Via Lattea 13,7, il Sole 4,6, la Terra 4,5.

Evidenze della presenza della vita sul nostro pianeta portano a 2,7 miliardi di anni or sono, ma si ipotizza che sia apparsa molto prima. Nel Miocene, 18 milioni di anni fa, comparvero le prime scimmie antropomorfe. L’Homo Erectus iniziò a diffondersi fuori dal continente africano circa 1,8 milioni di anni fa, mentre Intorno ai 300.000, sempre in Africa, comparve l’Homo Sapiens. Noi, Sapiens Sapiens, esistiamo da circa 40.000 anni.

Tra 5 miliardi d’ anni il Sole diverrà una gigante rossa e ingloberà Mercurio e Venere. La Terra seguirà la stessa sorte, oppure, attratta dalla gravità dell’astro, vi cadrà all’interno.

A quell’epoca, già da molto tempo, non vi sarà più alcuna forma di vita.

gigante rossa –
procedere del Sole
ineluttabile

è consapevolezza
che vivrà un breve afflato

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Un amore di bambino

«Ciccio, li hai finiti?»
«Finiti cosa?»
«I compiti.»
«Ancora questa storia?»
«Sono preoccupata.»
«Preoccupati di preparami da mangiare qualcosa di meno schifoso del solito.»
«Ma amore, se non farai i compiti, ripeterai anche quest’anno!»
«Allora te lo spiego di nuovo» disse Ciccio parlando lentamente, sillabando le parole, guardando negli occhi la madre con quell’inquietante sguardo senza battimenti di palpebre «Io ho già fatto tutti i compiti di quest’anno e tutti quelli del prossimo anno e tutti gli stramaledetti compiti dei prossimi cento anni e tu non mi devi più rompere chiedendomelo. Mai più. Hai capito? Mai più!»
Ciccio si allungò sul divano fino ad appoggiare i piedi sul tavolino davanti a lui. Dalle nauseabonde scarpe di ginnastica, calzate slacciate, si staccarono pezzetti di terra che si spalmarono sul candido centrino, ricamato al tombolo, lasciato in eredità dalla nonna. Bevve al collo dalla bottiglietta di birra, ruttò, l’appoggiò malamente facendo fuoriuscire un poco della bevanda che macchiò, una volta di più, il martoriato tappeto. Poi sintonizzò la tivù sul canale che trasmetteva il grande fratello.
Era così preso dal voyeuristico interesse per le banalità proferite dagli ospiti della casa, che non si accorse della mamma che, dopo essersi allontanata, era ritornata impugnando un grosso coltellaccio.

venisti al mondo,
in un giorno di festa –
eri un amore

***

Acciuga

Un’acciuga, ho appena gustato,
condita al peperoncino
e con sentore d’aglio.

Olio fragrante
e un poco di prezzemolo:
son pronti gli spaghetti!

Gusti che mettono in subbuglio
i succhi gastrici e quelli mnemonici,
anche i più intorpiditi.

Mi sei venuta in mente,
senza pudori e senza sconti:
odore e sapore dei miei appetiti.

***

il giorno è reso!
con me, nato e assopito
in un respiro

affonda in lontananza
questa idea di coscienza

***

In viaggio

Il nastro grigio della strada scorre
veloce; mi accompagna il tuo ricordo.
Sei insieme a me in formato ridotto,
nascosta nelle pieghe del vestito,
oppure nel portafogli, tra gli euro.

Ti sento, a volte, muover nel taschino
della camicia, quello contro il cuore,
da cui fai capolino, mi sorridi e
mi mandi un bacio, soffiando dal palmo
quello che vi hai lasciato con le labbra.

Quando, dal divanetto posteriore,
mi accarezzi le spalle e mi sussurri:
amore mio, ti amo, io ti rispondo:
anch’io, non vedi? Ti porto con me.

***

tra cielo e terra
si fonde l’orizzonte
e il pensiero

Tecnica mista dell’autore cm. 20×60 su foglio Fabriano gr. 300.

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Nel mio romanzo “È caduto un pilota nel giardino”, compaiono, oltre alla protagonista, altre figure femminili, provette cuoche e amanti appassionate. Elisabetta Ferrari offre a Edoardo, il pilota, dei dolcetti fatti in casa accompagnati da… tutta sé stessa! Ma leggiamo la ricetta di una delle tante versioni delle Brasadè dell’Oltrepò e scopriamo come poterle gustare appieno.
Nota: Le ricette sono presentate così come inserite nel romanzo e potrebbero mancare di qualche informazione.
Gli omissis indicano dove non sono state riportate parti del romanzo.
Omissis
«Un dolcetto? Prendi una Brasadè» disse Elisabetta che spostò una scatola di metallo dal mobile pensile della cucina al tavolo.
«Buono!» commentò Edoardo, dopo aver assaggiato uno dei dolcetti secchi che vi erano contenuti.
«Sono ciambelline poco dolci. Sono diffuse in queste colline con differenze nella ricetta da un paese all’altro e da una famiglia all’altra. Io faccio una versione simile alle Brasadè di Broni o di Mornico. O a tutte e due, o a nessuna delle due» cercò di spiegare Elisabetta. «Una ricettina semplicissima: s’impastano due uova, centocinquanta grammi di zucchero e altrettanto di burro, un pizzico di sale e una bustina di lievito vanigliato con quattrocento grammi di farina. Un poco di latte tenendo presente che l’impasto deve risultare consistente. Si formano dei cordoncini dal diametro di circa due centimetri, vengono chiusi a guisa di ciambellina con il buco, poi s’infornano a centottanta gradi per… non saprei dire quanto tempo, forse una ventina di minuti. Io aspetto solo che siano belle dorate.»
Ne prese una dalla scatola e ne mangiò un pezzetto. «Vanno bene la mattina a colazione o il pomeriggio come spezza fame. O in qualsiasi momento. Ottime con il vino Sangue di Giuda o con un Moscato. Ma, ora, io te le consiglio con il caffè e con l’ammazzacaffè. Prendi tu la grappa dalla credenza alle tue spalle? Io accendo sotto la moka.»
Edoardo aveva intuito che, dietro la foga con la quale Elisabetta gli aveva parlato dei dolcetti, c’era un sottofondo di agitazione. Forse per l’attesa di qualcosa che era nell’aria ma che ancora non si era svelata. O forse aspettava il suo primo passo.
Fece scorrere il vetro trasparente dietro il quale s’intravvedevano le bottiglie di liquore. Prese la grappa di moscato in primo piano e due bicchierini di vetro sfaccettato. Se ne versò appena un goccio e l’assaggiò.
«Gusto morbido e gradevole» disse assaporando nella bocca la piccola quantità. Poi chiese: «Sai cosa penso?»
Elisabetta lo guardò con aria interrogativa, scuotendo la testa in senso negativo.
Edoardo le si avvicinò, si versò un’altra piccola quantità di grappa, la fece disperdere nella bocca, poi si chinò verso Elisabetta e la baciò. Lei non lo rifiutò. Agevolò l’ingresso della lingua, lasciò entrare la saliva al sapore di grappa, ne assaporò il gusto e rispose al bacio.
«Scusa, non sarei riuscito a spiegartelo altrimenti» disse Edoardo che intanto era tornato a sedersi.
«Spiegare cosa?»
«Che la dolcezza della grappa mi aveva fatto venire voglia di gustarla sulla tua lingua.»
«Ti sei spiegato benissimo» rispose.
Elisabetta andò alla finestra, accostò le imposte esterne lasciando aperti i vetri. Ritornò al fornello e spense la fiamma sotto la caffettiera che borbottava segnalando che il caffè era salito. Versò la grappa nei due bicchierini.
Con mossa elegante raccolse il vestito fino ai fianchi. Sorrideva e aveva le labbra socchiuse. Sedette a cavalcioni sulle gambe di Edoardo che ne osservava le movenze diventare sempre più morbide. Bevve un sorso di grappa e lo baciò. Giocò con la lingua intorno a quella di lui cercando a tratti di succhiarla all’interno della sua bocca. Quando si staccò guardò Edoardo negli occhi senza dire nulla. Finì la grappa rimasta nel bicchierino.
«Lo desideravo e tu l’hai capito» disse.
Edoardo non rispose. La guardava accarezzando le abbronzate e ben formate cosce che si stringevano alle sue. Iniziò a slacciarle la fila di bottoni del vestito scoprendo un fisico più formoso di quello che sembrava a prima vista. Le slacciò il reggiseno e l’aiutò a liberarsene insieme al camice. Lei gli tolse la maglietta, poi gli allentò la cintura e gli fece scorrere la lampo dei jeans. Edoardo fece forza con le gambe a terra e, con un movimento agevolato dalla donna, riuscì a far scivolare jeans e slip sotto le ginocchia. La trattenne contro di sé con il braccio sinistro mentre con l’altro si liberava degli indumenti, delle scarpe e dei calzini.
Elisabetta si alzò in piedi per il tempo necessario a liberarsi delle mutandine e dei sandali. Poi riprese la posizione a cavalcioni. Rimasero per un po’ così, accarezzandosi e baciandosi reciprocamente, senza parlare, respirando l’uno l’odore dell’altro, avvolti nella penombra della cucina che aveva acquistato un’atmosfera complice e protettiva.
Appoggiandosi con una mano alle spalle di Edoardo, Elisabetta sollevò il bacino. Con la mano libera mantenne aperte le sue piccole labbra, poi si lasciò calare accogliendo il sesso di lui insieme a un brivido che le percorse l’intero corpo. I suoi movimenti furono inizialmente lenti e profondi poi acquistarono velocità e circolarità. Mentre Edoardo le accarezzava il seno, lei lo guardava restituendo ogni movimento che aumentava la pressione tra i sessi. Quando la dose di sensazioni ricevute fu sufficiente a calmare la prima forte ondata di desiderio, rallentò e adattò la posizione in modo da poter vedere il sesso di Edoardo che la penetrava. Ne seguì con attrazione e tenerezza i movimenti che lui aveva rallentato perché potesse osservarli meglio. Gli cercò i testicoli, li accarezzò mentre lo sentiva muoversi dentro di lei. A Edoardo sembrò una ragazza che assaporava ogni momento della sua prima esperienza. La tenne saldamente con le mani sui lombi aiutandola a spingere forte con il bacino. Elisabetta cominciò a emettere, a ogni ondeggio, un piccolo gemito che crebbe d’ampiezza e di frequenza. Venne con intensità, con sussulti e strette della vagina che fecero esplodere anche Edoardo. Elisabetta, nel sentire il liquido entrare in lei, si aggrappò all’amante per percepire le pulsazioni del sesso di lui nel suo profondo. Emise un ultimo lungo gemito e poi si appoggiò a Edoardo dandogli una serie di baci sul collo, sulle guance, sulla bocca. «Lo sapevo» disse, «lo sapevo.»
La tenne così, restituendole i baci, accarezzandole la schiena con movimenti leggeri.
Omissis
«Metto su dell’altro caffè perché è diventato freddo.»
«Ti spiace se accendo un sigaretto? Tu fumi?»
«Qualche volta, ma se non fumo non ne sento la mancanza.»
«Vuoi provarne uno?»
«No, grazie. Ora no» rispose mettendo davanti a Edoardo un posacenere di peltro. «Mangiamo queste Brasadè?»
«Speravo che me lo chiedessi. Prenderei anche un altro poco di grappa.»
«Prendi pure come desideri. Tra poco arriva il caffè.»
«È cominciato con uno, e finisce con un altro bicchiere di grappa.»
Le parole gli uscirono dalla bocca insieme al fumo azzurrognolo del sigaretto. «Ci pensi a cosa può esserci tra i due? Due bicchierini di liquore con in mezzo un pezzo d’infinito. Guarda com’è piccolo.» Li sollevò ambedue in alto e guardandoli disse ancora: «Un pezzo d’infinito. Che non si può neanche dire così, poi. Un pezzo d’infinito è sempre infinito. Quindi se ne conclude che due bicchierini di grappa sono separati dall’infinito.»
Elisabetta ascoltava Edoardo senza parlare. Non capiva bene questo strano discorso. Anzi, aveva capito benissimo che con il secondo bicchierino la storia si concludeva. Non aveva pensato diversamente e non gliene voleva per questo. Quello che era successo era stato voluto da lei e adesso si trovava in quello stato di benessere indotto dalla gratificazione che riceve una donna quando ha conferma di poter sedurre gli uomini. Meglio se sono uomini gradevoli e affascinanti. Come Edoardo. Elisabetta stava provando un sentimento che assomigliava più alla riconoscenza che all’amore.
«Facciamo luce» disse allargando le imposte alla finestra.
La carica erotica nell’aria era ormai svanita, era stata sostituita da un sensazione di tranquilla confidenza.
Elisabetta versò il caffè fumante nelle due tazzine. «Mi spieghi quella storia dell’infinito? Mi devo essere persa qualcosa.»
«Non farci caso. Delle volte mi vengono questi pensieri e li dico così come mi passano per la testa.»
«Quindi?»
«Quindi l’infinito, l’universo, il creato, chiamalo come vuoi, quella immensità nella quale insistiamo anche noi, che esaminata, osservata, da un ipotetico punto di vista esterno, che già lo si capisce, non sarebbe possibile: se è immensa non si può starne fuori, altrimenti ci sarebbe un’immensità più immensa, e non lo sarebbe neanche dal punto di vista delle leggi dello spazio-tempo, che tutto racchiudono dentro di loro e nulla permettono al di fuori. Ma noi siamo umani e abbiamo la possibilità di pensare in modo trascendente e possiamo immaginarci oltre il tempo e lo spazio…»
«Se osservata da fuori?» s’inserì Elisabetta che fece anche la mossa di stringere il pugno con significato di non tergiversare, di andare avanti.
«Se pensata, se osservata da fuori, saremmo così insignificanti, meno che microscopici, che non riusciremmo a trovare traccia di noi. Un paradosso: l’osservatore che scruta il suo mondo e non vi trova traccia di sé. Premesso questo, poi mi accorgo di impastoiarmi e di non riuscire a venirne fuori. Ma adesso ci riprovo.»
Edoardo si fermò come a riordinare le idee. Ne approfittò per bere il caffè e tirare una boccata dal sigaretto. Guardò la cenere compatta che non voleva staccarsi. Diede un colpetto per farla depositare nel posacenere, poi riprese: «Ma se dall’esterno non potremmo praticamente notare la nostra presenza, non significa che non ci siamo. Noi esistiamo, eccome. Quindi la visione corretta è dall’interno. Guardare partendo da noi. Prima mi sono accorto che tra un bicchierino e l’altro, noi ci siamo stati, all’interno del mondo, intendo. Ho avuto l’immagine che due umani, maschio e femmina, sono parte dell’universo quando fanno l’amore. Quando danno seguito al comportamento per il quale sono nati. L’orgasmo li avvicina al senso della vita, al senso del perché ci sono, al senso dell’universo, al senso dell’immensità, al senso dell’infinito.» Sorrise a Elisabetta. «Tra i due bicchierini di grappa, mi hai regalato un pezzetto d’infinito.»
«Ma non hai detto che non ci può essere un pezzo d’infinito?»
«Diciamolo meglio, allora.» Edoardo levò il braccio in alto con in mano il bicchierino di liquore e disse: «Sempre più in alto… sempre più in alto… concludendo… concludendo… non un pezzetto d’infinito, ma l’infinito in un pezzetto di tempo.»
«Ma non avevi detto che spazio e tempo sono praticamente la stessa cosa?»
«Appunto. È la stessa cosa.»
Elisabetta non disse più nulla. Si limitò a guardare Edoardo. Pensò che quel pilota sarebbe piaciuto anche a suo marito. Nella camera da letto conservava ancora i suoi libri di astronomia e di astrofisica e nell’armadio c’era il piccolo ed economico telescopio con il quale osservava le stelle. Ricacciò in fondo la nota di nostalgia che cercava d’assalirla.
«Vado, Elisabetta. Io…» iniziò Edoardo.
«No. Va bene così» lo interruppe lei alzandosi dalla sedia e allungando la mano sulla bocca di lui in un gesto eloquente. «Non diciamo nulla che non potremmo poi portare con noi. Va bene così.»
Edoardo si alzò, le diede un bacio sulla guancia e uscì.

***

sole calante –
si colora di rosso
il nostro mondo

Tecnica mista dell’autore di cm. 20×60 su foglio Fabriano gr. 300.

***

SONO TRA NOI

Non credevo che esistessero.

Non credevo che fossero già tra noi.

«Devi venire a vederli» mi aveva detto il mio amico «Li ho trovati esanimi nel bosco.»

Nella cucina di casa sua, sopra un tavolo, esposte come dei soprammobili, c’erano due strane creature.

Erano alte poco più di un palmo e assomigliavano alle radici del Ginseng. La loro carnagione, se così si poteva definire, era di un improbabile colore verde. Parevano un incrocio tra animali e vegetali.

«Li ho medicati e ora stanno bene. Sono riusciti a comunicarmi da dove sono partiti.»

Seconda stella a destra

questo è il cammino

e poi dritto, fino al mattino

Venivano da un pianeta del sistema solare della stella Vega.

Erano dei Vegani.

***

Richiesta di amicizia

La richiesta di amicizia, che leggo sullo schermo del mio picì, viene da lei.
Senza alcun dubbio è lei.
L’immagine dell’account la mostra nel tempo passato.
Bellissima.
Come era a quel tempo.
Come era quando ci amavamo.
Quando io l’amavo.
E lei mi amava.
Almeno così diceva.

Trent’anni.
Dopo uno solo, finito troppo presto.
Ora chiede la mia amicizia.
Trent’anni dopo.
Non posso.
Non ho neanche più la mia Spider.
“Rifiuta.”
No, è meglio “Blocca.”
Click.

Solo sogni d’amanti

Sono solo ricordi
di ardori e passioni
di vini e di donne
di aspre battaglie
di veglie e rimpianti
di nomi e parole
di slanci e pensieri
di qualche risveglio
come fossero stati
come fossero sempre
solo sogni d’amanti.

Del Rosa e del Nero – Antologia

***

La terza ricetta, dopo I tortelloni alla bolognese e La faraona in casseruola riguarda il dessert. Nel mio romanzo È caduto un pilota nel giardino, Carlotta, la protagonista femminile, la notte di San Giovanni prepara una cena tra l’erotico e il magico per colui che vuole diventi l’uomo della sua vita. Ecco come prepara la Crema di mascarpone con la Mostarda alla senape, un dessert non adatto a palati pavidi, ma perfetto per le coppie golose.
Nota: Le ricette sono presentate così come inserite nel romanzo e potrebbero mancare di qualche informazione.
Gli omissis indicano dove non sono state riportate parti del romanzo.
Omissis
Cominciò la preparazione della cena partendo dal dessert. Prese dal frigorifero il mascarpone – due etti – lo raccolse nella ciotola e lo lavorò con un cucchiaio di legno fino a ottenere una crema morbida. Prese due bicchieri tumbler e li riempì a metà con il preparato. Aprì un barattolo di mostarda di Voghera, la Mostarda de fructa cum la senavra, e ne dispose il contenuto, facendo colare anche una parte del liquido dolce e alla stesso tempo piccante, sul mascarpone. Immerse un dito nella frutta candita e lo succhiò.
Edoardo, ti voglio baciare con la bocca impiastricciata di questa senape e voglio la tua a cercare il mio dolce e il mio piccante.
Aprì il frigorifero e vi mise i due tumbler.
Omissis… la sera di quello stesso giorno
«Direi che possiamo procedere con il dessert» disse Carlotta «tu continua a fare l’oste e prendi la vodka nel congelatore.»
«Vodka? Con il dessert?»
«Vedrai.»Carlotta ritornò con i due larghi bicchieri sistemati nel mezzo di un piatto dove aveva accomodato anche una piccola fetta di dolce, fresco, morbido gorgonzola e qualche gheriglio di noce.
Edoardo, che l’aveva seguita in cucina, aveva preso dal congelatore la bottiglia di vodka e i bicchierini perfettamente brinati.
«L’abbinamento con la mostarda era difficilissimo. Ho pensato al gusto semplice, pulito, fresco della Moskovskaya e al suo essere morbida e avvolgente, priva di asprezze. Ti propongo di assaggiare con me questo esperimento.»
«Disponibilissimo a fare da cavia per tutte le tue prove. Come pensi di utilizzarmi questa notte? Hai in mente delle prove mooolto scientifiche?»
Carlotta sorrise e si inclinò di lato per essere comoda a baciare Edoardo.
Fu un lungo bacio.
«Forza con il dessert, che manca poco a mezzanotte» disse staccandosi da lui.
«Perché poi devi scappare altrimenti la carrozza si trasformerà in una zucca? Fammi vedere la tua scuderia» scherzò Edoardo fingendo di andare nell’orto.
«Niente di particolare. Avevo solo pensato di fare all’amore con te a quell’ora» rispose sorridendo Carlotta.
«Allora dai, sbrighiamoci. Non possiamo mancare l’impegno» disse Edoardo con recitata enfasi.
Riempì il cucchiaio di mascarpone e mostarda. Si meravigliò per quell’armonia di gusti che assaggiava per la prima volta. Con la vodka ghiacciata il dolce e il piccante si diluirono lasciando la bocca pronta per l’assaggio successivo.
Ne mangiò due volte, alla terza vi unì un pezzetto di gorgonzola e un mezzo gheriglio di noce apportando una sorprendente variante ai sapori e predisponendo di nuovo la bocca alla necessità di essere ripulita con la vodka. Con il quarto bicchierino finì il dessert.
«Guarda i falò accesi dai contadini» disse Edoardo indicando con la mano la serie di fuochi che si vedevano brillare nell’oscurità, disseminati tutt’intorno. «Sono belle queste vecchie usanze» proseguì.
«Sì» disse Carlotta. Poi avvicinò la sua poltroncina e gli appoggiò la testa sulla spalla.

È caduto un pilota nel giardino

«Lo faccio anche io tutti gli anni. Ho chiesto al contadino che mi aiuta per il giardino di prepararmene uno. È ora di accenderlo. Mi aiuti?»
Nel centro del prato si trovava una piccola catasta formata da rami secchi di varie grandezze. Carlotta si alzò, prese con sé una delle candele e si avviò riparando la fiammella con la mano. Si chinò sulla catasta di legna e fece prendere fuoco a qualche foglio di carta e ai piccoli rametti alla base del cumulo. Poco dopo, una bella fiamma rischiarò l’area del giardino. Edoardo non poté fare a meno di notare che si trovava proprio dove lui era caduto.
«Pensa che strano, l’altro giorno c’era il mio elicottero al posto del falò. Meno male che non ha preso fuoco. Meglio che bruci la legna del giardino.»
«Sì. Quest’anno ci sono state molte coincidenze» rispose Carlotta.
Edoardo estrasse dal taschino della camicia un sigaretto. Il Toscano gli era piaciuto, ma preferiva il fumo più morbido e aromatico dei suoi soliti olandesi. Lo accese con la fiammella prodotta da un rametto. Carlotta l’osservò compiere quel semplice gesto.
È bello, ed è destinato a me.
«Vieni, raccogliamo le erbe da bruciare.»
«Avevo capito un altro programma.»
«Vieni nell’orto, ci sono le erbe aromatiche.»
Edoardo la seguì divertito. Gli piaceva quella donna. E quando era misteriosa, ne era anche più attratto.
«Ecco, tieni: un aglietto, una cipollina, della mentuccia, un rametto di rosmarino, della verbena, un poco di ruta e naturalmente dell’iperico che vegeta spontaneamente ai margini del mio orto.»
«Iperico?»
«Sì, l’erba di San Giovanni, per scacciare i diavoli.» Carlotta gli diede una sfregatina con i fiori sul naso. Si levò i sandali e proseguì a piedi nudi. Edoardo era affascinato da quella figura ed era eccitato. Lui sapeva che non aveva la biancheria e immaginava la sua nudità sotto l’ampia gonna. La camicetta bianca lasciava intravvedere i seni abbastanza grandi e sostenuti. I capezzoli, che si erano inturgiditi, si stampavano insolenti contro la tela leggera. L’andatura aveva preso una nota selvatica che lo incantava.
«Avvicinati» disse Carlotta.
«Perché bruci le erbe?»
«Così ci manterremo in salute, così si realizzeranno i nostri desideri, così scacceremo i diavoli. Tutti tranne uno.» Rise, ma era seria. Lui ebbe la sensazione che parlasse con leggerezza di cose che lui non conosceva.
Carlotta aveva preso la mano di Edoardo e si era seduta per terra con le gambe incrociate, alla moda indiana. Lo invitò a sistemarsi allo stesso modo, vicino a lei. Procedendo con calma, prendeva le erbe dal mazzetto e le gettava nel fuoco.
Disse, anzi recitò: «Io chiedo che non si stanchi di me, io chiedo che mi cerchi per sempre, io chiedo che non abbia altra donna oltre che me.»
Edoardo non disse nulla. Traeva piccole boccate dal sigaretto lasciandosi avvolgere dal fumo aromatico. La guardava affascinato e leggermente intimorito. La donna, il cui viso era illuminato dal guizzare della fiamma del falò, gli sembrò avvolta da un’aura misteriosa e l’atmosfera lo aveva incuriosito e stuzzicato.
«Io chiedo che il cerchio si chiuda. Io chiedo la fine della persecuzione e che sia libera d’amare» continuò Carlotta gettando le ultime erbe nelle fiamme.
Edoardo non capiva il senso di quelle parole, ma sentì la sua attrazione per lei esondare da tutto se stesso. Gettò il sigaro nella fiamma del falò e poi l’abbracciò e baciò, a lungo. Assaporò le sue labbra, la sua lingua. Le baciò il collo e le spalle. L’accarezzò sul viso, sui fianchi. La distese sul prato a lato del fuoco, le sollevò la gonna e continuò a baciarla sul ventre e sulle cosce. Le sbottonò la camicetta e le baciò il seno e i capezzoli. Si alzò in piedi, si tolse le scarpe, la maglietta e si sfilò i pantaloni e i boxer.
Carlotta lo guardò ergersi di fronte a lei: metà del corpo con il rosso delle fiamme e metà con il nero della notte. Il destino aveva fatto in modo che arrivasse a lei. Vide l’espressione del desiderio sul suo volto, vide il suo sesso pronto per lei. Tese le braccia e si aprì nella sua attesa.
«Vieni amore, entra in me» disse.
Edoardo le si distese sopra; mantenne e alimentò il desiderio con movimenti forti e profondi, veloci e misurati, dolci e sensibili, fino a farlo irrompere, quando lei gli sussurrò all’orecchio: «Adesso, amore. Adesso.» Lui avvertì la pressione delle mani sulle reni che lo trattenevano, accolto in un talamo di sussulti liberatori e contrazioni carezzevoli.
Da un campanile in lontananza, giunse il suono della campana che batteva i dodici rintocchi.
Il fuoco si ridusse pian piano alle sole braci, con i due amanti distesi vicini.

***

Colpo di fulmine

Un miraggio nel sole,
un tremore nell’aria;

come un’ispirazione
al pittore perduto nella tela,
o un bagliore d’infinito
al poeta senza parole,
o la manovra di scampo
al pilota ormai perduto,

ti avvicini, creatura inconsapevole
della perturbazione che ti precede
e del caos che ti segue,

e ti allarghi negli occhi,
e ti spandi nella mente.

Arrivò guidando uno scooter che bloccò con un frenata decisa a lato della mia auto.
Mi guardò con espressione interrogativa. La riconobbi, era la ragazza che avevo visto il giorno prima e che mi aveva affollato i sogni della notte.
«Ciao» mi salutò.
«Ciao» risposi in apnea.
Lei sorrise, come non si può descrivere.
«Finalmente ti ho trovato» disse semplicemente.

***

Nei miei ultimi dieci anni di lavoro come Pilota Comandante di Elicotteri, e nei successivi cinque, ho svolto una discreta attività come Istruttore Esaminatore di CRM, cioè di Crew Resources Management. In parole povere, organizzavo incontri per sensibilizzare il personale di volo sull’influenza che aveva il “fattore umano” nell’interpretare erroneamente la realtà intorno a noi. Uno degli argomenti era l’aspetto comunicativo all’interno dell’equipaggio e tra questi e il mondo esterno. E, nell’ambito comunicativo, in un contesto sociale e lavorativo sempre più interrazziale e interculturale, l’importanza che rivestiva, in negativo, il pregiudizio. Non “vedere” correttamente il mondo è forse la causa principale nella diminuzione della Sicurezza del Volo, ma questo “fattore umano” vale anche per tutti gli altri aspetti della nostra vita.

Viviamo nell’epoca della comunicazione. Siamo investiti quotidianamente, dentro e fuori casa, da messaggi visivi e uditivi. Abbiamo autorizzato, consapevolmente o no, decine, se non centinaia, di organizzazioni commerciali a telefonarci, a inviarci messaggi per propagandare oggetti, servizi, partiti, associazioni e molto altro. E ancora resistono i vecchi volantini, dépliant, lettere, con o senza indirizzo, che ci riempiono le cassette della posta. Siamo sempre connessi alla rete per non perdere nulla di quello che gli amici o le persone che seguiamo ci vogliono raccontare, e per ricambiarli allo stesso modo. E molto di questo succede in tempo reale: mentre accade già viene comunicato, ovunque e a chiunque.
Viene comunicato… ma è davvero così?

Comunicare: dal latino communicare, derivazione di communis ; dal latino cum ossia con, e munire ovvero legare, costruire; e dal latino communico che significa mettere in comune, rendere partecipe. Comunicare, quindi, significa interagire, mettere in comune, mettere in relazione, condividere. Non è solo inviare un messaggio, scritto, sonoro o visivo, ma è (così viene definito dagli studiosi) “Un atto sociale e reciproco di partecipazione, atto mediato dall’uso di simboli significativi tra individui e gruppi diversi.”

Io ho, come la maggior parte di noi, oltre a un indirizzo e-mail, una mia pagina Facebook e un account Twitter. Tutti giorni, o quasi, posto qualcosa. Scrivo la mia opinione rispetto ad avvenimenti sportivi, atti politici, incidenti, catastrofi naturali, canzoni, leggi dello stato, comportamenti, eccetera. E naturalmente mi confronto con le opinioni degli altri.
Ho comunicato, quindi? Io, i miei amici, e le persone che seguo e che mi seguono, abbiamo comunicato?
Forse, forse con qualcuno è stata comunicazione, e quell’atto sociale e reciproco di partecipazione ha avuto piena attuazione, ma, molto più facilmente, non è successo. Probabilmente abbiamo solo inviato o ricevuto dei testi, delle parole, dei video, dei simboli, della musica, dei suoni, che abbiamo interpretato rapidamente e superficialmente.
Cosa si oppone a che i messaggi arrivino nel loro pieno significato come intende chi li invia?
Esternamente a noi, possono essere molti gli impedimenti: malfunzionamenti della rete, mancanza di segnale, guasti agli apparati, rumori e disturbi vari, separazione fisica o temporale e quindi perdita del contatto visivo che impedisce lo scambio empatico e la comunicazione non verbale, quella dovuta alla gestualità, al linguaggio del corpo, al guardarsi negli occhi. Oppure ostacoli messi in atto dai regimi (Cina e Turchia, per esempio) o derivanti da difetti strutturali nell’architettura dei sistemi usati (ad esempio il limite di lunghezza in Twitter).

Sappiamo istintivamente quanto valga che le persone comprendano bene il senso delle parole che usiamo e con chi riteniamo importante stiamo bene attenti che non vi siano fraintendimenti. Ma sappiamo anche delle scorciatoie che la parte emotiva di noi usa spesso bypassando il pensiero razionale.
Noi umani siamo fatti così: ragione e sentimento.

Due parole

Le dico, allora,
queste parole.
Giusto due, senza alzare la voce,
facendole sgorgare dalle labbra,
lasciandole fluttuare
fino al tuo orecchio:
prima accarezzano il tenero lobo,
poi entrano e… via!
Dirette al cuore,
eludendo il cervello:
mio amore.

Oltre alle incomprensioni del linguaggio, internamente a noi, dovuti al nostro essere uomini, esistono molti altri ostacoli alla comunicazione: la personalità, le motivazioni, le aspettative, le passate esperienze, la classe sociale o il grado rivestito, lo stato emotivo, la cultura d’appartenenza, i pregiudizi.
I pregiudizi, appunto. Il pregiudizio, “Il giudizio di qualcosa o di qualcuno prima di conoscere come stanno realmente i fatti” è un’opinione precostituita, un giudizio preventivo privo di giustificazione razionale o emesso a prescindere da una conoscenza precisa della persona o dell’oggetto in questione.

Gli elementi fondamentali del pregiudizio sono la mancanza di un’analisi critica del suo oggetto e l’esprimersi attraverso stereotipi. Di norma ha origini culturali, è condiviso tra gli appartenenti di uno stesso gruppo sociale ed è rivolto verso gli appartenenti ad altri gruppi. Va distinto il pregiudizio dal concetto errato: un pensiero, infatti, diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze – che sono rifiutate a priori proprio dallo stesso pregiudizio – impedendo una vera comunicazione.

Ci si basa sull’aspetto esteriore, il sesso o l’etnia e ci aspettiamo di osservare un certo tipo di comportamento che abbiamo pregiudizialmente attribuito ad un certo gruppo sociale. Valutazioni e giudizi sono emessi a priori e tenderemo a spiegare ciò che osserviamo alla luce della nostra credenza che tutti gli appartenenti ad un certo gruppo abbiano determinate caratteristiche.

Di solito, chi trasmette vuole dire 100; in realtà dice 80; a chi riceve arriva 50; di cui capisce 30; e ne ricorda 20. E chi trasmette, oltre al contenuto (verbale o non verbale) invia anche emozione, una determinata percezione che investe l’aspetto psicologico e che determinerà la qualità della comunicazione perché influirà direttamente sulla qualità della relazione. Le relazioni tramite i social sono orfane delle possibilità empatiche. Potete ben vedere come il pregiudizio trovi facile accoglienza in questo meccanismo.

Chi riceve ha la tendenza di giudicare, interpretare o disapprovare il messaggio originario, ostacolando in tal modo l’efficacia della comunicazione. Chi riceve deve avere interesse all’ascoltare, essere capace di auto-osservazione, decodificare con attenzione e rimandare il feedback per avere poi conferma sulla buona interpretazione data. Nella comunicazione esiste un aspetto di relazione che qualifica il contenuto del messaggio. La comunicazione della comunicazione. Chi riceve, quindi, ha un’importanza fondamentale perché il messaggio sia completamente e correttamente tradotto in comunicazione. Il pregiudizio è un muro opposto a tutto ciò.

Ho incontrato i tuoi occhi

Ho incontrato i tuoi occhi
e ho guardato oltre,
dove non eri più,
dove non eri ancora.

Sentivo sulla nuca
il tuo sguardo seguire i miei passi,
e nella mia sordità
urlare la tua domanda:
– Perché mi fuggi?

Ho guardato lontano,
dove non potevi essere,
per non ricevere
nel cuore la tua lama:
– Perché mi fuggi?

Come palle di cannone,
tra loro incatenate,
mi lanciavi le parole
della tua solitudine:
– Io sono tuo fratello,
io sono tuo padre,
io sono tua madre,
io sono tuo figlio,
e tu sei di me
fratello, padre, madre e figlio!
Perché mi fuggi?

Perché mi fuggi?

L’aspetto di come comunicare con efficacia è studiato da millenni. La retorica è la più antica forma di studio della comunicazione. Più di 2000 anni fa, in Grecia, il parlare in pubblico era diventata un’attività molto importante per la partecipazione dei cittadini alla vita della polis, e per curare i proprio interessi. L’arte della retorica veniva studiata, analizzata e trasmessa alle nuove generazioni. Nel documento “La retorica” (4 secolo a.C.) Aristotele studia le tattiche che il parlante utilizza per influenzare i pensieri, le idee e il comportamento di un’audience (gli altri cittadini).

Ma nessun esperto riuscirebbe a comunicare con qualcuno che non vuole ricevere. Quando l’informazione contenuta in un messaggio diventa comunicazione, essa diventa parte integrante del sistema decisionale del soggetto e quindi produrrà in lui un cambiamento permanente. Da quel momento in poi, in tutti quegli ambiti dove essa possa essere coinvolta, non potrà più fare a meno di prendere in considerazione la nuova informazione.

Perché questo avvenga senza difficoltà conta molto la capacità di interpretare, di dare un senso alle azioni degli altri, il grado di empatia, cioè la capacità di sentire e di essere consapevole delle emozioni dell’altro, mantenendo nel contempo l’accettazione positiva dell’altro e il contatto con se stesso e le proprie emozioni.
L’accettazione positiva dell’altro… la chiave per combattere il pregiudizio, perché il pregiudizio NON permetterà che questo avvenga. Il pregiudizio chiude la mente a qualsiasi intrusione che possa cambiare il pensiero che lo ha generato. Il pregiudizio è auto-conservativo.

Ho pescato qua e là nel web dagli scritti dei proff. Claudio Melchior e D. G. Bozza e dalla psicologa Giovanna Costa che ringrazio e con i quali mi scuso per il “furto”.
Questi studiosi, mi hanno comunicato i loro insegnamenti o le mie resistenze sono state troppo forti?
E io, sono riuscito a comunicare con voi?

***

In questi giorni ho ripreso in mano il bellissimo libro di Carlo Rovelli: “L’ordine del tempo” (Adelphi). L’avevo già letto un anno fa, ma mi ero ripromesso di ritornarci sopra. Il saggio è scritto per essere compreso da persone senza una preparazione specifica, ma cercare di comprendere il “tempo” così com’è concepito dagli scienziati del novecento è cosa che ho trovato particolarmente ostica. Nella speranza che i disegni mi potessero aiutare nella comprensione, vi ho accostato la lettura del bel libro divulgativo: “Il tempo a fumetti” (Raffaello Cortina Editore) scritto da Carig Callender e illustrato da Ralph Edney.
Risultati?
Mah, dire scarsi è essere ottimisti.
Parliamone.

Qualche tempo fa, cercando di trovare risposte senza sapere come e in quale direzione muovermi, (a proposito, lo sapete che la freccia del tempo non ha verso?) avevo composto questa breve poesia:

Il nostro tempo

Nella notte, domande che dalla luna
la voce prendono in prestito.

Dal tempo è inattingibile il passato,
i ricordi sono costruite illusioni;
dal tempo è inesigibile il futuro,
il domani è un pensiero fluttuante.

Non esiste Sibilla,
il tempo non ha tempo.

Che cosa pensavano, riguardo il tempo, gli uomini che sono stati le pietre miliari del relativo percorso scientifico e filosofico?

Aristotele affermava che: “Il tempo non esiste, dato che è composto di passato e di futuro, di cui l’uno non esiste più quando l’altro non esiste ancora.” Ma aggiunge: “Il tempo è moto che ammette una misurazione. Potremmo anche chiedere se il tempo potrebbe esistere senza l’anima, dato che non ci può esser nulla da misurare se non c’è nessuno che misura, e il tempo implica che sia misurato.”
Sant’Agostino d’Ippona così rifletteva: “Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente.”
Newton diceva che: “Il tempo assoluto, vero e matematico, in sé e per sua natura senza riferimento ad alcun oggetto esterno, scorre uniformemente. Mentre il tempo relativo, apparente e volgare, è una misura sensibile ed esterna, esatta o inesatta, del tempo assoluto, comunemente usata al posto del tempo vero.” E questa è la convinzione che ci ha accompagnato e che ci accompagna, principalmente perché è questo che ci hanno insegnato, e che ancora ci insegnano, a scuola.
Per Einstein il tempo scorre più lentamente in modo inversamente proporzionale alla massa e alla velocità. Il tempo entra in gioco unendosi, come quarta dimensione, alle tre dello spazio. Per lui i tempi sono relativi l’uno rispetto all’altro e il tempo è diverso per ogni punto dell’universo. I qui e ora sono diventati infiniti.
Per la fisica quantistica il tempo è diviso nei minimi “granuli” misurabili possibili. Si chiamano “Tempo di Planck”. Ognuno di questi granuli vale 10 alla – 44 secondi. Cioè un centomilionesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di secondo. A quel livello finiscono le regole del mondo così come lo conosciamo e il tempo cessa di esistere.
Nell’indeterminismo del mondo quantistico tutto fluttua, tutto è divenire, come nel pensiero taoista la cui entità suprema è energia pura che pervade l’intero universo. Poiché il movimento e il mutamento sono proprietà essenziali delle cose, le forze che generano il movimento, l’evoluzione, il cambiamento, sono una proprietà intrinseca e insita nella materia. Tutto è divenire, cambiamento, secondo un principio ordinatore spontaneo, il Tao, uno, indicibile, immutabile, eterno, impersonale.

E io che cosa ho capito?
Ho capito di non aver capito, e questo è già di per sé un successo.
L’unico, peraltro.
Che cosa posso aggiungere?
Solo un’altra poesia, ripiegata sul tempo che ci è stato concesso, il solo tempo che la nostra mente, plasmata dalla evoluzione per la necessità di sopravvivere e di riprodurci, possa percepire spontaneamente senza bisogno di sovrastrutture culturali. È il tempo che condividiamo con chi ci accompagna in questa vita che dura il tempo di un battito di ciglia.

Il tempo giusto

L’immagino come un raggio di sole,
il mio tempo:
un calore, un abbaglio,
che mi batte sul viso,
improvviso,
e quel che è stato è finito.

Ha il tempo giusto,
il mio tempo, il tuo tempo,
nel corso del quale
io temo soltanto
che, a causa di un differito tramonto,
io debba, il tuo, misurare.

Per capire il tempo, avrò bisogno di leggere e rileggere, e credo che non mi basterà quello che ho ancora a disposizione. Intanto rifletterò, ascoltando le “Variazioni Goldberg” di J. S. Bach nell’esecuzione dal tempo rallentato di Glenn Gould.
Dopo di che, mi calerò nella malinconica “C’è tempo” di Ivano Fossati.

un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.

****

Dopo i tortelloni, ecco il secondo, ”La faraona in casseruola”, che Carlotta, la protagonista femminile del mio romanzo: “È caduto un pilota nel giardino”, cucina la notte di San Giovanni. La preparazione è permeata di pensieri d’amore e di ritualità magiche che attingono alla religione vudù.
Nota: Le ricette sono presentate così come inserite nel romanzo e potrebbero mancare di qualche informazione.
Gli omissis indicano dove non sono state riportate parti del romanzo.
Omissis
«Vorrei una bella faraona. Viva.»


«Una faraona viva? Ma è sufficiente che venga a comprarla quando la deve cucinare e gliela faccio trovare macellata e pulita di fresco.»
«La voglio come animale da cortile» mentì Carlotta «la lascerei libera nel giardino.»
«Boh. Contenta lei. Mi dica quale preferisce.»
Carlotta indicò la prescelta. Angela la catturò, le legò le zampe e la porse a Carlotta raccomandandole di stare attenta al becco.
«Le faraone sono cattive» disse.
«Meglio così» rispose Carlotta. Pagò e sistemò con cautela l’animale nel bagagliaio della sua auto.
Omissis
Si tolse il vestito, le scarpe e la biancheria intima. Indossò l’abito nero guardandosi allo specchio a figura intera che si trovava sul muro a lato dell’armadio. Rimase scalza. Ritornò in cucina dove prelevò, da un cassetto, un coltello di grandi dimensioni, poi, sempre a piedi nudi, andò in garage. Aprì gli sportelli posteriori della Clubman e afferrò la faraona per le zampe. Si diresse alla veranda. Era convinta che avrebbe potuto fare qualcosa per aiutare il destino, per far sì che questo interesse, questa attrazione, diventasse un legame indissolubile. Spostò il tavolo dalla posizione in mezzo alla veranda e lo accostò al muro della casa. Appoggiò la faraona sopra di esso. L’animale si agitò un poco, poi si calmò, quasi rassegnato.
Carlotta era nata il giorno del solstizio d’estate. Forse per questa ragione, si era sempre mostrata sensibile all’aspetto magico della natura. Che l’elicottero fosse caduto nel suo giardino proprio quel giorno, e che il pilota si fosse sentito così attratto da lei, le era sembrato un evidente segno soprannaturale. Anche la data di nascita di lui, il giorno del solstizio d’inverno, la percepiva come collocata in una logica di segni ultraterreni. Quella mattina, l’aveva chiesta al pilota con la sensazione che sarebbe stata una data importante, che avrebbe contribuito a chiarire quel senso d’ineluttabilità che lei sentiva nelle cose che stavano accadendo. E la risposta era stata, per lei, una conferma alle sue sensazioni.
Si lasciò avvolgere da un leggero e piacevole velo di senso magico e si adagiò in quel suo personale Sogno di una notte di mezza estate, dove i confini tra realtà e sogno si confondevano e dissolvevano.

È caduto un pilota nel giardino

Prese quattro grandi candele, di quelle con la cera gialla annegata in un barattolo a base larga che si accendono all’aperto come antizanzare. Diede fuoco agli stoppini e le posizionò ai lati della veranda. Prese il paio di occhiali da sole Ray-Ban, che si trovavano appoggiati sulla balaustra. Erano del pilota che li aveva persi durante l’incidente. Carlotta li aveva ritrovati in giardino, dopo che avevano recuperato il relitto, e li aveva conservati. Li pose per terra al centro del piancito. Con la mano sinistra strinse il collo della faraona nel pugno tenendola ferma sul piano di legno del tavolo e con la destra, che teneva il coltello come una mannaia per l’esecuzione di un condannato a morte, calò un colpo secco per reciderle il collo appena sopra la stretta del suo pugno. Mantenne la presa e, mentre finivano gli spasmi del corpo dell’animale, camminò rapida intorno alla veranda lasciando schizzare il sangue sul perimetro. Poi ritornò al centro dello spazio, si portò sulla verticale degli occhiali e vi lasciò colare il sangue sopra.
Carlotta si sentiva pervadere da una euforica energia. Tutto quello che faceva le veniva naturale: stava chiedendo alle forze vitali, che lei sapeva esistere intorno e dentro di noi, di assisterla e credeva fermamente che sarebbe stata esaudita. Quella specie di rito era il risultato del ricordo degli studi compiuti e delle letture della sera prima e del pomeriggio. Disse, a mezza voce, con tono monocorde, guardando gli occhiali come se fossero gli occhi di Edoardo: «Non vedrai più che me, non vedrai più che i miei occhi, non vedrai più che attraverso i miei occhi.» Poi distolse lo sguardo dal basso e levò il viso al cielo. Rimanendo sempre sulla verticale degli occhiali, sollevò il vestito fino a scoprire le cosce e allargò le gambe. «Berrai solo di me, mangerai solo di me, ti sazierai solo di me.»
Terminò così quel rito misto di religione e paganesimo, di superstizione e spiritualità. Buttò la testa della faraona nel bidone della spazzatura e andò nel garage dove appese il corpo al rubinetto del lavandino per farlo finire di dissanguare. Prese un paio di stracci, riempì un secchio d’acqua e tornò nella veranda che ripulì accuratamente da ogni traccia di sangue. Spense le candele, riposizionò il tavolo al centro e vi appoggiò sopra, anche loro accuratamente ripuliti, gli occhiali.
Omissis
Andò a prendere la faraona nel lavandino del garage dove l’aveva lasciata a scolare il sangue. Tornata in cucina. la immerse per qualche secondo in una grossa pentola piena di acqua bollente per facilitarne la spiumatura, operazione che la impegnò per una ventina di minuti.
Impugnò un coltello dalla lama sottile e ben affilata e incise la parte bassa della pancia per eviscerarne accuratamente l’interno. In seguito, eliminò il collo, le zampe, la coda e il grasso intorno a essa. Tagliò le ali, le cosce e le sovraccosce. Divise in due il petto e il busto. Ora i pezzi della faraona erano davanti a lei. Prese, da sotto il banco della cucina, una grande casseruola in acciaio. Preparò un trito di aglio, rosmarino e salvia e lo mise a rosolare in una generosa dose di olio d’oliva extravergine del Golfo del Tigullio. Passò, per essere sicura che si eliminassero tutti i residui del piumaggio, i pezzi della faraona sulla fiamma.
Riaprì il capace frigorifero, ne estrasse un bel pezzo di morbida, dolce, deliziosa pancetta dell’Oltrepò. La dispose con cura sul carrello dell’affettatrice a mano, solidamente ancorata al mobile basso della cucina, impugnò il manico del volano e lo girò con decisione producendo il movimento alternato del carrello. Smise quando ebbe tagliato una fetta per ogni pezzo di carne della faraona, più uno.
Depose i pezzi di carne, avvolti con cura nella pancetta, dentro la casseruola dove già rosolavano le erbe.
Aggiunse anche la fetta in esubero e una salsiccia, di quelle speziate, ben sbriciolata.
Prese un limone di Sorrento che un fruttivendolo di Casteggio aveva il vezzo di procurare per lei e pochi altri clienti. Tagliò qualche pezzetto di scorza senza parte bianca e le mise nel tegame, poi strizzò il sugo di metà frutto sul preparato. Girò una volta i pezzi della faraona, facendo attenzione a mantenervi la pancetta intorno e, quando tutto fu ben rosolato, coprì a metà con del vino bianco Riesling Italico, tipico della zona.
Dopo circa tre quarti d’ora, il liquido si era asciugato e la faraona risultò cotta perfettamente. Carlotta spense il fuoco e lasciò la casseruola, coperta, sul fornello.
Omissis
Carlotta accese una fiamma grande sotto la faraona. Doveva ridarle un po’ di temperatura. Dopo una breve scaldata, spense e portò in tavola in tavola direttamente la casseruola.
Edoardo aveva riempito a metà due larghi calici.
«Buttafuoco con la faraona» disse. «Mi sembrava lì apposta.»
«Proprio così. Ti sei accorto che l’ho leggermente rinfrescato? Spero che non ti dispiaccia, anche se è sconsigliato dagli esperti.»
«Hai fatto bene. È appena più fresco della temperatura consigliata.»
«Dimmi perché hai scelto il Buttafuoco.»
«Mi ha fatto venire in mente che ha qualcosa del tuo sentore.»
«Del mio sentore?» Carlotta prese la bottiglia e accese la luce che Edoardo aveva spento.
Girò la bottiglia e lesse l’etichetta: «Alla vista di colore rosso rubino vivace con riflessi violacei.»
Lo guardò. «Direi che alla vista dovrebbe essere più un rosé.»
«Ho detto come sentore, non come aspetto» ribadì con tono serio Edoardo.
«All’olfatto» proseguì Carlotta, «buona intensità, penetrante, con una leggera nota di liquirizia, confettura di ribes con sfumature speziate. Allora?»
«Buona intensità, penetrante, sfumature speziate e una nota di liquirizia. Ti confermo. Non mi ricordo quale sia il profumo del ribes e su quello non mi pronuncio. Se hai del succo poi potrei verificare se è presente.»
Carlotta proseguì a leggere. «Al gusto: corposo, netto, rotondo e robusto.»
Lo guardò con quella espressione che solo le donne riescono a fare. Quel misto di innocenza e di malizia che fa perdere il sonno agli uomini. «Qui posso affermare che a me ricorda te.»
Presero i calici. Lui odorò e disse: «Mmm… è proprio così: sentore di liquirizia.»
Lei ne bevve un sorso e continuò: «Mmm… è proprio così: corposo e robusto.» Risero entrambi e si servirono ancora sia di pezzi di faraona sia di bicchieri di vino.
Omissis
Ritornarono, si potrebbe dire di comune accordo, al cibo sulla tavola. Passarono all’uso delle mani. Il buon sapore della carne in casseruola, mangiato così, rendeva tutto il suo potenziale. Edoardo non si trattenne e usò un pezzo di pane con la mollica morbida per raccogliere il buonissimo paciugo nel fondo della casseruola.
«Porta via, per carità. Sarei capace di asciugarla» disse succhiandosi le dita per togliere i residui di sugo.
Omissis
Le solite domande che si fanno all’inizio di una conoscenza che si percepisce importante. Con la diminuzione della faraona in casseruola e del Buttafuoco nella bottiglia, aumentò in proporzione inversa la conoscenza che ognuno aveva dell’altro. O meglio, la conoscenza di tutti quegli avvenimenti e situazioni che disegnano una persona nel suo sembrare agli altri. Non parlarono dei loro aspetti più intimi, più protetti. Quelli avevano appena iniziato a esplorarli con le loro intese fisiche.

***

Quando, a metà degli anni novanta, lessi il saggio: “Il cibo e l’amore”, scritto dal famoso psichiatra Villy Pasini, capii finalmente il perché della mia simpatia per quella metà del cielo curiosa della cucina e che amava girare per trattorie. Il cibo e il sesso sono interconnessi e come ci si rapporta con l’uno è rivelatore di come si reagisce all’altro, e viceversa.
Nel mio romanzo “È caduto un pilota nel giardino”, ho inserito una serie di situazioni, descrivendone sia una aspetto, sia l’altro, dove Eros e Cibo entrano a tinte forti nei rapporti tra i protagonisti. Per non appesantire lo scritto, possono mancare di qualche informazione, necessitando, quindi, per essere realizzate da parte dei lettori, di un minimo di competenza. Gli omissis indicano dove non sono riportate parti del romanzo.
Carlotta, la protagonista femminile, la notte di San Giovanni, prepara una cena, permeata di pensieri d’amore e di ritualità, per colui che ritiene dovrà diventare l’uomo della sua vita,.
La preparazione dei Tortelloni alla bolognese rispetta la ricetta tradizionale e conserva tutta la sensualità delle terre emiliane.
Ecco come li prepara Carlotta.

Omissis

È caduto un pilota nel giardino

Carlotta sentiva crescere dentro di sé l’emozione per l’incontro. Decise che era ora di dedicarsi alla preparazione della cena. Dopo alcuni prodotti reperiti nei negozi vicini, per la ricotta di latte vaccino, il mascarpone e il burro, si recò direttamente in un piccolo caseificio poco distante. La loro qualità beneficiava della bontà del latte conferito dai piccoli allevatori che utilizzavano il fieno dei prati della zona per l’alimentazione delle proprie mucche. La ricotta di latte di pecora la comprò in un altro caseificio, collegato a un piccolo allevamento di ovini, distante una ventina di chilometri in direzione della Liguria.
Le due ricotte sarebbero servite per il ripieno dei tortelloni e il burro per condirli, mentre il mascarpone sarebbe entrato nella preparazione del dessert. Valeva la pena di impiegare il tempo necessario per andare da quei produttori: il risultato avrebbe ripagato ampiamente dell’impegno.
Omissis
Questi sono a posto, ora prepariamo il ripieno dei tortelloni.
Voleva che il ripieno seguisse la storica ricetta bolognese che richiedeva un poco d’aglio. Non tutti lo gradivano, ma lei amava quell’aroma ed era sicura che sarebbe piaciuto anche a Edoardo. Aprì le due confezioni di ricotta e ne prelevò un etto da ognuna. Tritò finemente un pugnetto di prezzemolo e mezzo spicchio dell’odoroso bulbo. Impastò tutto in una piccola terrina insieme a trenta grammi di parmigiano-reggiano grattugiato, un piccolo tuorlo sbattuto e un pizzico di sale.
Mentre impastava il ripieno, il ricordo di loro nella doccia le aveva acuito il desiderio, già stuzzicato dal liquido della mostarda che aveva assaggiato prima. Carlotta raccolse un poco del suo umore intimo, generato dal ricordo dell’amore con Edoardo, e lo impastò nel ripieno dei tortelloni. Ripensò a quello che era successo nella veranda.
Questo viene dal mio amore, lo troverai nel tuo cibo e lo vorrai per sempre come tuo cibo.
Mise l’impasto in frigorifero all’interno di un piatto fondo coperto con uno piano.
Prese due etti di farina di grano tenero tipo “0”, li dispose a monticello sul tagliere di legno appoggiato sul massiccio tavolo che aveva voluto nella cucina per lavorare sopra una base stabile.
Formò una conca al centro della farina e vi ruppe due uova all’interno ponendo molta attenzione che non vi cadesse dentro neanche un pezzetto dei gusci. Con una forchetta le sbatté delicatamente, poi cominciò a impastare con cura, amalgamando la farina con le dita e allargando, via via, il cratere centrale. Carlotta non usava l’impastatrice, le piaceva usare le mani. Riconosceva la consistenza dell’impasto e sapeva quando la proporzione tra la parte liquida e la farina era corretta. Non aggiungeva, alla moda emiliana, sale.
Quando il bordo della fontana si ridusse al limite della possibilità di contenere la parte liquida interna, con il lato del palmo della mano raccolse dai lati esterni la farina andando a ricoprire il tutto. Lavorò la massa, lontana dalle correnti d’aria perché non si seccasse, ancora per circa cinque minuti. Alla fine le diede la forma di un panetto che lasciò a riposare in una terrina coperta.
Omissis
La fisicità necessaria ai lavori di cucina era un elemento importante in quell’equilibrio che Carlotta aveva trovato nei giorni sempre uguali successivi al suo esaurito matrimonio e dopo gli altri, forzatamente interrotti, tentativi di rapporti affettivi. Le piaceva lavorare in cucina ed era gratificata dai risultati che otteneva con le sue azioni. Il cibo nato dalle sue fatiche, connesso ai prodotti della terra e ai cicli stagionali, la teneva unita al senso profondo dell’esistenza. Il nutrimento del corpo come cura del contenitore dell’anima: così percepiva il suo lavoro.
Alle otto e mezza decise che poteva confezionare i tortelloni. Non doveva passare troppo tempo dalla fine della preparazione alla loro cottura.
Infarinò il tagliere e vi posizionò sopra il panetto di impasto che aveva lasciato a riposare. Sfilò il mattarello dalla custodia. Lo impugnò con le due mani abbastanza vicine tra loro. Tenne gli avambracci divaricati, con i gomiti distanti dal corpo, così la pressione sul mattarello veniva data dalla parte di palmo in corrispondenza dei pollici. Carlotta accompagnava la forza delle mani con movimenti alternati dei fianchi, premeva ma non tratteneva il mattarello.
Non succederà un’altra volta. Non lo permetterò.
Sincronizzò idealmente l’alternanza delle pressioni sul sottile cilindro di legno con il forte ricordo dei ritmici movimenti che Edoardo le aveva lasciato dentro quando avevano fatto all’amore.
Con forza e sapienza allargò l’impasto verso l’esterno ruotandolo di un quarto di giro ogni venti secondi. Quando lo spessore della sfoglia divenne sottile a sufficienza, la tagliò in riquadri di circa otto centimetri di lato. Prese il ripieno conservato in frigorifero e ne sistemò una quantità pari a una piccola noce al centro di ogni quadrato. Ne preparò due dozzine che chiuse rapidamente per evitare che la pasta si seccasse. Prima li ripiegò a triangolo pressando sui bordi, poi girò i lembi intorno al dito indice sovrapponendo le due estremità su cui fece pressione perché si attaccassero per bene. Ne risultò la classica forma a tortello. Li lasciò in frigorifero su di un vassoio spolverato di semola di grano duro, per evitare che si appiccicassero alla base.
Omissis
Recuperò la bottiglia della passata preparata l’agosto dell’anno prima: pomodori di varietà diverse, sale, qualche foglia di basilico e nient’altro. Ne versò una buona quantità in un pentolino che mise sul fuoco a fiamma bassa. Prese dal frigo il panetto di burro comprato nel caseificio la mattina, che lasciò sul piano di lavoro. Una pentola quasi piena d’acqua messa a scaldare completò questo inizio di preparazione.
Omissis
«Vado a prendere il primo.» Carlotta gli diede un altro leggero bacio e si alzò facendo scorrere una carezza sul suo viso. Aveva ben chiaro l’effetto che aveva provocato e ne era felice.
Edoardo sentì distintamente aumentare le pulsazioni. La guardò allontanarsi. Si versò un altro flûte di spumante.
Lei tolse i tortelloni dal frigo e li buttò nell’acqua bollente salata. Spense il fuoco sotto il pentolino della passata di pomodoro e vi inglobò una generosa parte del panetto di burro. Dopo qualche minuto i tortelloni vennero a galla; li raccolse con la ramina e li depose in una zuppiera unitamente al sugo. Prese un piatto, vi aggiustò un pezzo di parmigiano-reggiano stagionato e una grattugia. Portò tutto con sé in veranda.
«Eccomi» disse Carlotta soddisfatta. Prese un cucchiaione da servizio e mise una dozzina di tortelloni nel piatto di Edoardo. «Tortelloni di ricotta conditi burro e oro, burro e pomodoro, come Bologna docet. Il parmigiano è a parte, puoi grattugiartene la quantità che desideri, ma è consigliato da niente a poco. Come vino continuiamo con il tuo brut; secondo me è perfetto.»
Edoardo aveva lavorato tutto il giorno ed era rimasto al solo panino di del pranzo. Si lanciò sui tortelloni con lo stesso impegno che metteva nel volare con l’elicottero sui vigneti. E con lo stesso impegno finì tutto. «Buonissimi. Sbaglio o c’è una nota di aglio? Ci sta a meraviglia.»
«Speravo che ti piacesse» disse Carlotta.
«Scherzi? Lo amo… e pure le donne che ne odorano.» Così dicendo, Edoardo si sporse verso Carlotta. Fece la mossa di annusarla e poi la baciò. Le passò la lingua sopra le labbra, come a ripulirle. Mise un dito nella zuppiera, raccolse un po’ di sugo e glielo portò alla bocca. Lei la socchiuse per permettergli di entrarvi un poco così da poterlo succhiare. Le diede un lungo bacio, rigirando la lingua, in quel saporito pastrocchio, insieme alla sua.
«Hai un sapore buonissimo» disse.
«Anche tu» disse Carlotta «e io lo posso ben dire.»
L’allusione, diretta e maliziosa al ricordo di loro due sotto la doccia, ebbe un effetto dirompente su Edoardo. Si alzò, trovò l’interruttore, spense la luce lasciando che la veranda rimanesse illuminata solo dalle tremule fiammelle delle quattro candele ai suoi vertici e dalla residua luminosità del cielo. Ritornò da Carlotta e disse: «Questa è una condizione di disparità che deve essere subito appianata.» Le ruotò la poltroncina di lato, in modo che non fosse più diretta alla tavola, s’inginocchiò di fronte e con le mani entrò sotto la gonna risalendo dai polpacci alle cosce e ancora più su. Sentì che Carlotta allargava le gambe per agevolarlo nella sua azione. Si accorse che non indossava le mutandine. Arrivò con le mani fino al retro del bacino, la tirò verso di sé facendole prendere una posizione semisdraiata sulla poltroncina. Raccolse la gonna alla vita fino a scoprirle il sesso, che si aprì rosa e umido nello scuro del pelo rigoglioso. Edoardo vi affondò la bocca e ne gustò, adeguandosi ai movimenti che lei imprimeva al bacino.
Sentì le sue mani sulla nuca e udì le sue parole: «Caro… caro. Bevi da me… avrai sete solo di me.»
Poi le stesse mani lo fermarono.
«Va bene, adesso che conosci il mio sapore, possiamo mangiare il secondo. Cosa ne dici?»
Edoardo la guardò e sorrise. «È un piacere guardarti da questa prospettiva» disse.
«Dopo potrai guardarmi da tutte le prospettive che vorrai» rispose Carlotta dandogli un colpetto sul naso con il dito indice.

***

Si legge troppo poco. Quante volte abbiamo sentito questa frase? E tutti, più o meno, ci siamo sentiti in accordo con i suoi sottintesi: la violenza, le ingiustizie, le disparità sociali, tutti i mali di questo mondo sembrano derivare da questa deficienza e il mondo sarebbe un luogo migliore se abitato solo da avidi e curiosi lettori.
Posso proporre una considerazione “a latere”?

I dati ci dicono che circa il 40% degli italiani sopra i 6 anni legge almeno un libro all’anno (e di questi solo il 14% ne legge almeno uno al mese). Quindi il 60% (Sigh!) non ne legge nessuno.
Abbiamo visto che la statistica prende in esame i lettori dai sei anni. Supponiamo di iniziare a leggere con assiduità dai 14 anni fino al termine della nostra vita (che, per comodità di calcolo, considero di 80 anni). Sono 66 anni. Al ritmo di un libro al mese se ne leggerebbero 792, solo settecentonovantadue. Esageriamo e prendiamo in esame di leggerne uno alla settimana. Al compimento dell’ottantesimo genetliaco ne avremo letti poco più di 3400. Non male, ma a tutt’oggi, nel mondo, sono stati editi più di 130 milioni di libri e ogni anno se ne aggiungono altri 2,2 milioni. Solo in Italia si pubblicano più di 60.000 (sessantamila) titoli all’anno.
S’impone di scegliere.

Non voglio parlare della situazione economica dell’editoria italiana (malandatissima) e neanche delle cause dalle quali deriverebbe questa nostra poca propensione alla lettura: che siano esse sociali, scolastiche, familiari, dovute alla tv, all’avvento di internet, all’uso smodato degli smartphon o altro, sono ampiamente studiate da stuoli di esperti.
E non voglio parlare dei cambiamenti che sembra stiano avvenendo nel cervello dei giovani di oggi “sempre connessi”.
La lettura in profondità e ragionata sta diventando un’abilità poco diffusa tra i giovani. La lettura dei grandi classici, con periodi lunghi e con molte subordinate, è diventato un esercizio faticoso. La letteratura moderna insegue internet e le frasi sono corte, essenziali, perdendo così ricchezza nella scrittura. È un bene o un male? Non lo so, l’evoluzione ha le sue regole che rispondono solo all’imperativo dell’adattabilità.
Le nuove generazioni hanno modificato l’approccio alla lettura. Google con gli hyperlink le abituano a scorrere le pagine ostacolandone l’analisi, il soffermarsi su qualcosa. Alcuni neuroscienziati hanno ipotizzato che il cervello dei giovani “sempre connessi” filtri le informazioni cercando sempre qualcosa di nuovo. Il cervello dei nuovi lettori avrebbe dei circuiti adatti alla lettura degli ipertesti, che hanno link a spiegazioni e informazioni integrative da consumare in velocità.
Il cervello si starebbe adattando al mondo nuovo.

Io, qui, vorrei ragionare sulla convinzione che leggere molto sarebbe un metodo per evolversi in meglio: leggo, quindi sono uno che capisce; leggo, quindi sono uno che può giudicare; leggo, quindi posso ritenermi superiore…

La sterminata quantità di libri a disposizione (fisici o elettronici) ci obbliga a scegliere. Ci obbliga a essere già, quando selezioniamo le letture, quella persona saggia ed equilibrata che dovremmo diventare grazie alle positive trasformazioni dovute a quelle ricche e feconde letture. Il solito serpente che si mangia la coda.

Ma chi ha il diritto (o il dovere) di decidere quali dovrebbero essere i libri la cui lettura dovrebbe plasmare quella meraviglia di persona?

Io ho dei dubbi sugli studi statistici o sulle considerazioni sociologiche che parlano più di quantità che di qualità.
Mi ricordo che la mia curiosità di lettore si sviluppò a partire dai dieci anni con Salgari, London, Verne, Lindgren e simili e che intorno ai sedici anni prese il largo la passione per la fantascienza e per la lettura “impegnata”. Leggevo anche la notte e non mi veniva sonno (come invece mi succede oggi). Molti titoli mi furono suggeriti dall’elenco dei testi messi all’indice che era appeso nei locali dell’oratorio. Un bell’esempio di come gli educatori (erano preposti a scegliere le letture) possano ottenere risultati opposti alle loro intenzioni.

Insisto: vi sembra così difficile che da quell’oceano di titoli uno riesca a estrarne da 792 a 3400 difficili, pericolosi, schifosi, falsi e bugiardi, che “nessuno” dovrebbe leggere se non dotato di una solida cultura puntellata da una equilibrata personalità? Vi sembra così difficile pescare, in quella distesa, da 792 a 3400 libri che esaltino dottrine razziste, pedofile, sadiche, antiscientifiche, superstiziose, seminatrici di odio e di sentimenti guerrafondai?
Se uno leggesse quei libri, diventerebbe una persona migliore? Contribuirebbe a costruire un mondo migliore solo perché “legge tanto”?
Come potrebbe comprendere tali libri senza essere già una persona in grado di poterli valutare e soppesare in modo da non subirne dei danni?
Dovrebbe già essere quello che diventerebbe come conseguenza delle letture.

Alcune cose sono assodate: leggere ci rende più intelligenti; un vocabolario ricco influenza la capacità di ragionare; leggere allontana l’invecchiamento; leggere aiuta a rilassarsi e funziona come anti-stress; leggere aumenta la nostra capacità empatica perché le storie, grazie alle descrizioni delle emozioni, aiutano i lettori a capire quello che gli altri provano e pensano; leggere regolarmente potenzia la memoria; leggere, infine, aiuta ad addormentarsi quietamente, e tutti sappiamo quanto sia importante il sonno per la nostra salute.

Ma siamo sicuri che anche la crescita etica e morale avvenga in concomitanza con tutti questi aspetti positivi? Esempi di persone colte, eppure insensibili, egoiste, sanguinarie e catastrofiche per il mondo ce ne sono state moltissime. E avevano letto in gran quantità di tutto e di più.

Non è un caso che le dittature abbiano sempre messo in atto un controllo assoluto sull’editoria, a iniziare da quella per la scuola. Leggere influisce su quello che diventiamo e sul nostro modo di percepire il mondo.

La domanda è questa: come fare a selezionare le letture ideali facendo conciliare la libertà di parola con il controllo delle falsità, la libertà religiosa con il controllo delle superstizioni che se ne approfittano dei semplici, la libertà della scienza con la diffusione delle teorie artefatte, la libertà di costruire e sviluppare quello che potenzialmente è dentro di noi, con i diritti di tutti i nostri compagni che popolano, animali o vegetali, questo mondo?
Chi potrebbe arrogarsi questo diritto? Quale equilibrio è possibile tra censura e libertà?

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